Un anno scolastico denso di incognite. L'impegno della 31 Ottobre

di Nicola Pantaleo (apparso su Riforma, settembre 2005)

 

“Tutto va ben, madama la marchesa”: sembrerebbe questo il motto giusto per sintetizzare l’ottimismo forzato con cui Letizia Moratti, promotrice di una riforma scolastica fortemente avversata dalla maggior parte degli operatori, dalle famiglie, dai sindacati, ha commentato l’apertura ‘regolare’ dell’anno scolastico. Ha immediatamente celebrato la fine del precariato con la recente immissione in ruolo di migliaia di insegnanti, che per la verità era quanto meno doverosa dato che si trattava di vincitori di concorso da anni in attesa di cattedra ( e in ogni caso altre migliaia sono destinati ancora a trascinarsi di sede in sede elemosinando supplenze). Ha dimenticato però, non si sa se per un soprassalto di pudore, di menzionare la scandalosa operazione dei 10.000 posti riservati ai docenti di religione, i quali, peraltro, essendo inamovibili, possono aspirare, in caso di sfiducia dei vescovi, loro veri datori di lavoro, a ricoprire altri insegnamenti per i quali è sufficiente esibire un titolo di studio corrispondente. Ha poi magnificato la diffusione capillare delle lingue straniere, omettendo di precisare che l’avvento di una seconda lingua è stato accompagnato dall’incredibile riduzione di ore per la lingua inglese, e ha sottolineato il merito storico della  sua ‘rivoluzione’ informatica con la diffusione generalizzata di computer, di cui peraltro molte scuole dichiarano di non avere visto traccia. In realtà, una semplice chiacchierata con gli insegnanti della scuola media, fresco oggetto delle cure riformatrici della ministra, evidenzierebbe lo stato di confusione nell’applicazione di misure decise in alto e inappellabilmente, senza alcun coinvolgimento o adeguata e tempestiva preparazione degli interessati. Ma è sul terreno della laicità che si registrano alcuni tra i danni maggiori dell’azione ministeriale.

In un suo lucido commento alla notizia, poi in parte ridimensionata, del calo di fruitori – termine forse più accettabile dell’orribile participio ‘avvalentisi’ – dell’insegnamento religioso cattolico nella scuola pubblica,  dato con grande risalto su Repubblica di alcuni giorni fa, Davide Rosso scriveva su queste colonne, nel numero 31 del 26 agosto, del paradosso per cui  “i fautori della laicità, che da anni si battono per il superamento dell’Irc di fronte al calo degli avvalentisi non possono dirsi soddisfatti visto che non sembra trattarsi di una presa di coscienza e visto che l’Irc continua ad essere gestito spesso in modo giudicato scorretto e limitativo della libera scelta degli studenti e delle famiglie”. Tale valutazione è ispirata dall’opinione raccolta nello stesso articolo dalla bocca dal prof. Pino Canale, preside  del Collegio valdese di Torre Pellice. Non dubito che si tratti di una valutazione ragionevole e tuttavia, da  buon ‘fautore della laicità’, anche nella veste di presidente dell’Associazione “31 ottobre per una scuola laica e pluralista”, mi si permetta alcune considerazioni che in parte rilevante sono suggerite da quanto affermato nella pagina dei lettori del n. 32 di Riforma da Silvana Ronco, nostra battagliera iscritta e promotrice, assieme all’Associazione, di un ricorso al TAR Liguria avverso all’inserimento in pagella della valutazione del ‘profitto’ religioso.

Vorrei anzitutto far rilevare che, in assenza di un sondaggio serio sulle ragioni dei non fruitori, in particolare nell’istruzione superiore dove l’influenza della famiglia è certamente meno rilevante, è  rischioso sbilanciarsi in affermazioni nette sia sulla assenza che sulla presenza di convincenti motivazioni ideali. In ogni caso non si può escludere che molti studenti rifiutino l’Irc così come congegnata oggi non per pura convenienza (un’ora settimanale in più di vuoto didattico) ma perché si tratta di un insegnamento ‘camaleontico’, ora (pur se sempre più di rado) esplicitamente confessionale, ora vagamente etico-comportamentale, ora ma spesso velleitariamente storico-religioso. E’ probabilmente questa indeterminatezza, che fa prevalentemente leva sulle abilità e competenze personali degli insegnanti di religione (laddove ci siano davvero) a sottrarre credibilità all’Irc, oltre naturalmente ad una visione antiistituzionale sempre largamente diffusa tra gli adolescenti. A questa miscela si può opportunamente aggiungere la militanza politica di sinistra, che tuttavia coinvolge fasce minoritarie e, solo in ultima istanza, direi, i processi più generali di secolarizzazione: ciò sarebbe infatti in palese contraddizione con la asserita ‘fame di sacro’ che non riguarda solo le pur rilevanti masse di ‘papa-boys’ e di seguaci di Comunione e Liberazione. Naturalmente queste sono tutte illazioni che potrebbero essere smentite, come si diceva, da un’inchiesta approfondita che vada ad esplorare in forma non impressionistica le ragioni degli ‘astensionisti’ . Resterebbe da spiegare la abissale distanza del Nord e Centro dal Sud del paese. I soliti ‘padani’ potrebbero esultare denunciando anche su questo terreno il ritardo culturale del mezzogiorno. E non avrebbero tutti i torti questa volta. Il conformismo e la carenza di stimoli a prese di coscienza civica nelle famiglie, complice un’ atavica subordinazione delle istituzioni al multiforme e capillare  potere della chiesa, ne sono verosimilmente la ragione principale. Ma anche su questo sarebbe salutare saperne di più da sondaggi ad hoc.

Resta una sensazione generale, per  noi minoranze, di prudente soddisfazione che non deve però dare adito a facili entusiasmi. La battaglia per la laicità nella scuola è tutt’altro che archiviata. Nuovi segnali d’allarme, dopo i blitz sui crocifissi e  presepi, dopo l’imbroglio del surretizio inserimento in pagella dell’Irc, vengono dalla Ministra Moratti, notoriamente in perfetta sintonia con il cardinale Ruini. Così, in pieno periodo di ferie, come è ormai inveterato costume nel mondo della scuola, viene varato un consistente incremento delle sovvenzioni agli utenti delle scuole private – 30 milioni di euro in più, un aumento secco del 70% rispetto al 2004, contro circa il 10% di maggiorazione del numero di utenti di quelle scuole – e per di più con limiti di reddito per i richiedenti che di fatto non avvantaggiano i meno abbienti per cui si era spesa la retorica solidaristica della Moratti:“Tutti – così suonava la propaganda ministeriale - devono poter scegliere tra pubbliche e paritarie, anche e soprattutto coloro che hanno redditi bassi”.

Materia di contendere ce n’è dunque e l’Associazione “31 ottobre”, cui Marco Rostan ha recentemente dedicato una menzione con implicito carattere esortativo, in riferimento al coevo congresso dell’AICE (Associazine degli insegnanti cristiani evangelici) nella sua bella e utile  rievocazione del Sinodo di cinquant’anni fa (Riforma, n. 30 del 19 agosto, p. 5 de “L’eco delle valli valdesi”), intende farsene carico, un impegno che rinnoverà il 2 ottobre nel corso della sua  V Assemblea nazionale a Napoli (informazioni reperibili sul sito www.associazione31ottobre.it)