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Associazione 31 OttobrePER UNA SCUOLA LAICA E PLURALISTA PROMOSSA DAGLI EVANGELICI ITALIANI
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Avvalersi o non avvalersi? Questo è il sondaggio
di Silvana Ronco
Sabato 31 Maggio 2008 presso la Chiesa Metodista di Savona si è svolto un incontro con il dott. Leonardo Palmisano, collaboratore della Cattedra di Sociologia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bari, sull’indagine svolta nel V° Circuito (Liguria e Piemonte Meridionale) in merito alle esperienze di scelta o meno dell’avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (IRC) nella scuola dell’Infanzia e dell’obbligo.
La ricerca (promossa dall’Associazione “31 Ottobre”, dalla Federazione delle Chiese Evangeliche Apulo-Lucane, dalla Federazione delle Chiese Evangeliche della Liguria e del Piemonte Meridionale, dalla Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL e CGIL, cui ha contribuito economicamente anche la Tavola Valdese) è tuttora in corso nel Circuito Apulo-Lucano, dove terminerà nel mese di Giugno di quest’anno. Ha previsto la formazione di intervistatori per la realizzazione di interviste a genitori di allievi avvalentesi e non, sia appartenenti a comunità di area evangelica che di altre confessioni o atei.
Scopo dell’incontro, come sottolineato nell’introduzione di Giovanna Zunino, membro del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione e della CGIL nazionale, è stato dare i risultati relativi alla prima parte dell’indagine, svoltasi mediante la collaborazione di 10 intervistatori e la disponibilità di 39 genitori. Il dott. Palmisano ha lavorato su interviste “belle e ricche, frutto di un lavoro non facile, da cui emergono molti elementi interessanti, che gli intervistatori hanno abilmente approfondito”.
Partendo dall’informazione che la scuola fornisce sull’IRC si rileva quanto essa sia scarsa e, laddove presente, frammentata. Gestita essenzialmente dalle segreterie, almeno in un primo momento, quello relativo alla modulistica, come da orientamento del Dirigente Scolastico, è colpevolmente incompleta soprattutto per i genitori immigrati.
Quali sono le attività alternative? Le scuole non danno informazioni in merito perché, nella norma, non ne attuano a causa di gravi problemi organizzativi. Laddove i genitori richiedono espressamente queste attività, si vengono a scontrare con le difficoltà che la scuola pone loro, magari sostenendo che in fondo “la maestra non parla mica solo di religione cattolica…”. Spesso il genitore non vuole inimicarsi la scuola, il Dirigente, la maestra, e accetta la frequenza all’IRC, salvo poi pentirsene quando rileva problemi relativi all’insegnamento svolto in tali ore. Le famiglie non sanno bene cosa si faccia in queste ore di religione cattolica, e la scuola non lo comunica.
Con chi si è discusso in merito alla scelta o meno dell’avvalersi? Spesso con nessuno. Emerge fortemente una figura di “famiglia atomizzata”: i genitori non dialogano con gli altri genitori che hanno la loro stessa esigenza, e questo comportamento non rafforza le richieste di coloro che vogliono attività alternative. Le richieste sono individualizzate e la scuola spesso risponde che non è possibile soddisfare richieste singole. Non vi è neppure grande confronto con le comunità di appartenenza, visto che solo 4 intervistati su 39 dicono di aver discusso con la comunità in merito alla scelta sulla frequenza o meno dell’IRC.
Rispetto alla motivazione che spinge i genitori a scegliere è prevalente, per chi ha deciso di non far frequentare, che almeno un genitore non sia cattolico. Un dato interessante è rappresentato da un gruppo di genitori che fa frequentare i propri figli sostenendo di voler dar loro più possibilità di scelta. La scuola in questi casi sostiene che l’IRC è un insegnamento utile come humus per l’allievo per affinare le possibilità di scelta in campo religioso.
Rilevante è l’assenza della figura del Dirigente Scolastico: si crea rapporto a due tra genitore e docente , al limite con la Segreteria. Non vi è mai un incontro collegiale sul tema dell’IRC, salvo in scuole con una forte presenza di non avvalentesi, che organizzano una programmazione di attività alternative invariata nel tempo e comunque non comunicate alle famiglie, presupponendo che le conoscano già.
Altro elemento che emerge è il timore di subire discriminazioni se si sceglie di non avvalersi, timore che non riguarda solo i figli ma anche gli stessi genitori, che operano scelte di comodo, adeguandosi ad un convenzionalismo latente (“è meglio fare IRC che non farlo”). Sono pochi coloro che, dopo aver parlato con l’insegnante di religione e resisi conto che la programmazione IRC non andava incontro alle esigenze della famiglia, hanno optato per la non frequenza, salvo essere poi delusi dall’attività alternativa offerta al figlio. La scuola non offre attività alternative interessanti, e neppure ascolta le difficoltà di carattere etico, ideologico e religioso dei genitori che si trovano ad operare una scelta su questo insegnamento, cui risponde sul piano delle sue esigenze pratiche, organizzative, operando quindi uno “slittamento” della risposta.
Evidentemente la scuola non è per niente adeguata a rispondere a questo tipo di scelte. Questo comporta una ricaduta sul rapporto dei bimbi con la scuola anche nel futuro, e origina una frustrazione delle famiglie che ricade sul rapporto coi figli.
Spesso la scuola, in mancanza dell’offerta di valide alternative, mette in risalto l’aspetto ludico: l’attività alternativa è un gioco, tout-court, un riempitivo non finalizzato di cui la scuola non si occupa di comunicare i contenuti, visto che il medium comunicativo è rappresentato dai bimbi stessi. Le esperienze che riguardano il gioco “addolciscono la pillola”, come quelle dei bimbi che nelle ore di IRC passano il tempo a disegnare, fatto che viene spesso usato dalla scuola per convincere i genitori a far avvalere i loro figli. Le famiglie, dal canto loro, paiono poco interessate ai contenuti, forse perché disincentivate dalla scuola stessa, e preferiscono non interrogarsi e non interrogare l’istituzione, accontentandosi del fatto che comunque “il bambino sta bene”.
Questo elemento deve far riflettere: la scuola ha delle colpe ma le famiglie anche, e si crea un meccanismo vizioso che si autoalimenta. Quando invece le famiglie chiedono, mettendo in risalto che i programmi della scuola contano, la scuola spesso si irrigidisce, risponde con insistenza per tenere in classe il bambino, a volte dichiarando il falso quando non ce la fa a rispettare quanto pattuito con la famiglia, oppure convincendola dell’utilità della frequenza all’IRC.
C’è un elemento centrale: cosa fanno gli insegnanti di IRC in queste ore? Chi li forma? Molti genitori non sanno rispondere sulle attività alternative svolte dai loro figli, ma moltissimi neppure sulle ore di religione cattolica, insegnamento che si riflette sull’intera programmazione scolastica e di cui molti non sanno neppure quante ore occupi nell’orario settimanale. Non c’è quindi controllo sulla programmazione millantata ad inizio anno scolastico in merito ai contenuti né dell’IRC né dell’attività alternativa, innanzitutto perché manca la comunicazione tra scuola e famiglia, mancano le informazioni che, se presenti, sono mal veicolate, visto che la Segreteria spesso non conosce bene le circolari e l’assenza del Dirigente è sintomo di una reciproca sottovalutazione, condivisa con le famiglie, rispetto a questo insegnamento.
Quindi IRC come problema etico, didattico, ma anche di costi, come pure le ore di attività alternativa, perciò sarebbe bene non accontentarsi dell’intrattenimento puramente ludico: sono ore pagate, che ricadono sul fondo d’istituto e sulla collettività.
È preoccupante il fatto che vi sia questo disinteresse, questo adeguamento da parte delle famiglie che è frutto anche di quell’atomizzazione già citata, oltre che della scarsa considerazione che i genitori hanno della scuola. Le famiglie non si raccordano mai, altro indice di sottovalutazione dell’IRC, e spesso prevale la scelta di uno solo dei genitori.
Debole la scuola, deboli le famiglie, ancora di più quelle immigrate, socialmente ricattabili, in cui forte è la dissonanza cognitiva relativa alla scelta e i genitori si autoconvincono di scegliere la frequenza all’IRC “per i bene del figlio, tanto la maggioranza è cattolica”. E’ facile quindi agire sulle opinioni di senso comune, e sulla mancanza di conoscenza. Molte volte i genitori stranieri non sanno o non sono i grado di andare a scuola e discutere per far valere le loro scelte.
La maggior parte degli interventi nel corso del successivo dibattito, moderato da Franco Becchino, ha messo in risalto problemi quali le difficoltà di comunicazione tra scuola e famiglia, le responsabilità della normativa vigente da scindere dalle responsabilità degli utenti, quindi la necessità di maggior consapevolezza in merito alle conseguenze della scelta di avvalersi o no dell’IRC. Si è inoltre riflettuto sulla difficoltà nel raggiungere i genitori per parlare di questi argomenti, per informarli e coinvolgerli maggiormente all’atto dell’iscrizione. Utile sarebbe che la scuola desse informazioni sull’IRC all’atto della presentazione del Piano dell’Offerta Formativa, o che almeno rispettasse la normativa. Becchino rimarca l’esigenza di una maggior coesione anche all’interno delle nostre comunità, per arrivare a quel “fare gruppo” indispensabile ai genitori per vedere le loro scelte rafforzate e maggiormente rispettate visto che, sottolinea Giovanna Zunino in conclusione, “se si rimane da soli si è alla disperazione”.
Prossima tappa del sondaggio sarà quindi la conclusione della seconda parte delle interviste e la stesura di una sintesi dell’analisi del dott. Palmisano, oltre che l’organizzazione di una conferenza stampa in cui presentare la ricerca. Emergono gravi carenze sull’IRC e mai come oggi è necessario tenere aperto il dibattito sulla laicità della e nella scuola pubblica.
