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La scuola di tutte e
di tutti:
intercultura,
integrazione, diritti di cittadinanza
Lidia Acerboni – Milano |
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0.
Premessa La scuola è e deve essere:
1.
Integrazione Il
termine integrazione (“integrare
il diverso”) è correttamente inteso allorché si parte da due principi
irrinunciabili: anzitutto, sull’integrazione come identità
nei diritti e doveri secondo la legislazione del nostro paese non ci
possono essere compromessi; ma, quando il termine viene applicato alla
cultura e alle storie personali, allora le
caratteristiche diverse devono essere considerate una ricchezza per tutti.
Per una vera integrazione è importante non solo il dialogo, ma anche la negoziazione perché, quando si è in due o più persone o gruppi, spesso l’intesa è frutto di una negoziazione. E, per giungere all’intesa, tutti dobbiamo cambiare un po’.
2.
Multicultura o Intercultura? «Se
proclamiamo la bontà della multicultura, quasi esistesse una cultura
nostra e una dell’altro, che possono convivere senza avere relazioni,
ciascuna per conto suo, ciascuna indipendente, ciascuna libera fino al
punto da non impedire la libertà dell’altra, due culture reciprocamente
immunitarie, vuol dire che, a dire il vero, siamo noi, in noi stessi, che
abbiamo una tale divisione nel cuore. Una scissione che ci fa
vivere da estranei a noi stessi. Esseri doppi. Il dia-bállein,
il diavolo, contrario del syn-bállein,
la diversità raccolta ad unità, nel simbolo. L’immunitas (della non comunità) che non scopre mai la communitas.
La psichiatria ci direbbe semplicemente
“schizofrenici”…. Rispettare la “persona umana” degli altri,
dunque, implica davvero il rispetto della “persona umana” che si è.
Non c’è il primo rispetto se manca il secondo. Allo stesso modo, il
superamento della multicultura e l’attingimento dell’intercultura è
davvero, prima di tutto, una questione nostra:
de re nostra agitur, al punto che non si può praticare, se non in un
astratto e pericoloso moralismo farisaico, il dialogo tra culture diverse
se non a partire dalla consapevolezza di dover dialogare in noi stessi, e,
per prossimità, nella nostra cultura, tra le diversità che ci
compongono. Paradossalmente, in altri termini, ma forse non tanto, con un
rovesciamento del senso comune, il problema non sono gli “stranieri”,
ma siamo noi». (G. Bertagna, Cisem
Informazioni supplemento al n. 10/2004). Intercultura dunque e non multicultura. Come dice Mantovani, «la creazione di uno spazio interculturale non è una questione di tolleranza dell’altro, nel senso che gli si concede di comportarsi come crede fintanto che non invade spazi che non gli appartengono. Il dialogo può diventare una risorsa, anziché una penosa necessità o un prezzo da pagare per sostenere il sistema produttivo del nostro paese, solo se siamo genuinamente interessati a ciò che distingue l’altro e lo rende partecipe di tradizioni che hanno dato soluzioni diverse dalle nostre ai problemi della condizione umana» (Mantovani, Intercultura, Il Mulino, Bologna 2004).
3.
Come agire l’intercultura nella scuola? Secondo
i dati aggregati relativi all’anno scolastico 2003-2004, in provincia di
Milano si registra la presenza di 28.690 alunni con cittadinanza non
italiana nelle scuole di ogni ordine e grado (6,4% della popolazione
scolastica rispetto al 3,3% dell’anno scolastico 2000-2001). A questi si
aggiungono 695 studenti nati all’estero che frequentano i corsi dei
Centri di formazione professionale nella fascia 15-18 anni (11,5% dei
frequentanti). Qui
il discorso si fa molto articolato e delicato, anche perché la tendenza
delle istituzioni è quella di fronteggiare l’emergenza e non di
affrontare e gestire i problemi. Problemi che sono fondamentalmente due:
a. Se
l’inserimento nella scuola è precoce, il problema del successo
formativo è analogo a quello di tutti gli studenti; se invece
l’inserimento è tardivo (scuola media e soprattutto superiore) il
problema del successo formativo è vitale (i tassi di insuccesso degli
studenti stranieri sono circa il doppio di quelli italiani) perché
l’insuccesso scolastico, impedendo lo sviluppo dell’autostima e del
benessere, ostacola di dialogo e lo scambio, causa prima di emarginazione.
Il fenomeno è particolarmente evidente per quegli alunni stranieri che
provengono da paesi (soprattutto arabi) i cui membri tendono a
organizzarsi come una comunità chiusa. b. Per agire l’intercultura è responsabilità della scuola portare al suo interno le diverse culture, aiutare i ragazzi italiani e stranieri a scoprire le loro radici al di fuori di ogni separatezza. Peraltro il concetto di separatezza non appartiene alle diverse culture che nei secoli si sono sviluppate in un complesso e articolato sistema di rapporti e interscambi: basti pensare all’incontro nel medioevo delle tre grandi culture cristiana, islamica ed ebraica; o ancora al nostro mondo globalizzato. Allora la separatezza va ricondotta a comportamenti e a posizioni ideologiche che si nutrono di paure per ciò che è diverso, quando non nascondono veri e propri pregiudizi o peggio ancora radicati quanto ingiustificati sentimenti di superiorità.
4.
Diritti di cittadinanza In questo scenario il diritto di cittadinanza assume il suo valore. Altrimenti si usano parole prive di significato. Naturalmente il diritto di cittadinanza è legato a tanti fattori esterni alla scuola. Siamo un Paese di recente immigrazione. Non dobbiamo avere paura di sperimentare anche con buone dosi di fantasia, purché teniamo fermi i paletti fissati nei punti precedenti. (testo redatto dall’Autrice) |