Ora di religione e curriculum scolastico:

occasione di crescita o mito educativo?

Roberto Ferro

Presidente Associazione Il Semaforo Blu – Milano

 

 Puntualmente, ogni anno la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) nella persona del suo massimo rappresentante, il cardinale Camillo Ruini, celebra un rito affatto piacevole. Dopo aver elencato l’ennesimo successo della campagna per l’otto per mille e la diffusione dell’associazionismo cattolico, il volto del porporato si trasforma e compare un velo di amarezza. Nel corso degli ultimi anni, alla pari del Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio quando descrive lo stato di salute del nostro Paese, il Cardinale, lancia un appello allo Stato Italiano, in particolare al Ministro della Pubblica Istruzione, “affinché si fronteggi nel modo più energico e rapido possibile la caduta di valori che colpisce tanta parte della nostra gioventù”.

I dati a nostra disposizione sono semplici e significativi. Alle elementari la percentuale delle richieste di esenzione dall’insegnamento dall’ora di religione denota una tendenza all’aumento; nell’Italia settentrionale si raggiungono punte del 12% - 15%. Alle superiori, quando i ragazzi e le ragazze sono autorizzati a decidere autonomamente l’esenzione, le percentuali aumentano vertiginosamente, sino a raggiungere il 50% nelle aree metropolitane, mentre in “provincia” si riportano percentuali comprese tra il 25% ed il 30% degli alunni frequentanti.

Molteplici sono le interpretazioni che la Conferenza Episcopale Italiana tenta di dare a questo fenomeno. Alcuni vi riconoscono innanzi tutto una valenza sociologica e culturale considerevole. Se i giovani fanno questa scelta – si argomenta con affabilità – questo dipende dalla scristianizzazione della società italiana, in particolari dall’assenza di valori delle famiglie, e dall’edonismo imperante. Da anni, si sottintende con argomentazioni più meno argute, l’affievolirsi dei “valori cristiani”, in ambito scolastico dipende dalla concessione prematura della libera scelta ai ragazzi. Con un tono tra il burbero e l’accattivante, Ruini ha lungamente espresso due esigenze:

 

q       Un aumento del numero di ore di religione (cattolica, ovviamente, e obbligatoria) da inserire nel curriculum scolastico.

q       La creazione di una cultura nazionale sociale e familiare nella quale il fatto religioso cattolico tradizionale si disponga come centrale.  

 

A mio modesto parere, la “riforma” Moratti si presta magnificamente all’assolvimento di questo compito “rieducativo” di ampia portata, proprio perché in essa la difesa delle tradizioni non è mai esplicitata ma appena accennata, fatta intuire più che imposta. La restrizione delle conoscenze attuato sulla base di censo, la suddivisione parcellizzata dei “saperi”, l’eliminazione degli aspetti “più esplicitamente laici” del curriculum (si pensi alla dura lotta per mantenere l’insegnamento di Darwin nel curriculum scolastico), tutto ciò denota un preciso progetto culturale e sociale nel quale il ruolo svolto dall’ora di religione assume un ruolo simbolico molto più che di vera e propria rilevanza curriculare.

Un primo aspetto “moralistico”, il più insidioso è, tuttavia, quella avanzato dalle gerarchie ecclesiastiche: “La causa fondamentale del disagio giovanile risiede nel fatto di non frequentare alcun luogo a base religiosa (chiesa, oratorio…) e di non credere più in Dio”.

Non dobbiamo sottovalutare l’impatto mediatico di questo enunciato perché esso è uno dei luoghi comuni più saldamente radicati nel cosiddetto “buon senso” popolare. Ci sorprende che un’istituzione due volte millenaria quale è la Chiesa Cattolica debba ricorrere a giustificazioni così “deboli” per impostare una riflessione sul mondo giovanile. Molti insegnanti e genitori ricorderanno ancora le affermazione della Ministra Letizia Moratti in alcune occasioni particolarmente significative, per esempio al Forum Europeo delle Associazioni Familiari organizzato non a caso a San Patrignano, la “città delle tossicodipendenze” (lautamente sovvenzionata dalla Ministra). La successione logica - famiglia – caduta dei valori – disagio giovanile – intervento di educazione morale e religiosa furono ribaditi con particolare veemenza dalla Ministra, dal Cardinale Tonini, da Don Gelmini e Muccioli.

Questi enunciati ci interrogano a fondo, perché rischiano di attribuire alla fede un ruolo incongruo e strumentale. La fede non è “terapeutica” ma consente di affrontare le molteplici difficoltà della vita. Inoltre, è possibile “insegnare” la fede a partire da qualche ora di religione? E cosa ancora più importante, religiosità e religione sono termini coincidenti?

Quando parliamo con i ragazzi dobbiamo tenere a mente la distinzione tra fede in Dio e religiosità.

La prima è, a mio parere, un atto maturo di crescita, un affidarsi alla voce di Dio, un porsi continuo in ascolto del Suo richiamo. Per farla breve, la Fede è un dono di Dio.

Ancor diversa è la conoscenza degli elementi rituali e storici presenti nelle religioni codificate.

La religiosità è, invece, un imparare ad elevarsi, un abituarsi ad osservare nell’opera dell’Uomo, della Natura l’armonia che modera la casualità della vita e degli eventi naturali. E’ possibile rintracciare nel succedersi più o meno caotico degli eventi storici e naturali il segno della Parola divina aderendo a qualsiasi religione rivelata o non rientrando specificatamente in nessuna di esse,

Esiste sicuramente una correlazione tra religiosità e fede, nel senso che la prima può preparare (non necessariamente prepara) l’humus ad una Fede matura ed equilibrata. La Parola di Dio si può esprimere in qualsiasi momento della vita dell’Uomo, anche pochi attimi prima della morte, e l’Uomo anche in questi momenti supremi, può trovare ascolto e misericordia presso Dio. Questa eventualità ci costringe ad essere umili nelle nostre pretese di educatori. E’ tuttavia su questa condizione che maggiormente si è stretta nel corso degli ultimi anni la morsa della “riconquista” ecclesiastica e ministeriale diretta ai giovani studenti, tramite il ricorso ad una sapiente regia mass-mediatica.

Per uscire da questa ambigua spinta al conformismo, noi tutti, educatori, insegnanti e genitori, abbiamo bisogno di compiere due passi fondamentali:

 

q       Dimostrare con i fatti (e non solo con le parole) una concreta fiducia nei giovani, accettando quanto di “normale” ci propongono ma anche le loro provocazioni.

q       Ampliare il nostro punto di vista per costruire assieme ai ragazzi un rapporto autentico ed un percorso di crescita valorizzante le loro risorse personali.

 

Nell’incontrare i giovani dobbiamo trovare il coraggio di sentirci provocati, sorpresi a volte imbarazzati. Tanti, troppi pensieri sono intrisi di un’intima sfiducia nelle loro capacità. Da un lato li si invita “a non temere di manifestare la propria fede, a porre ed a porsi domande sul senso della vita” – propositi teoricamente condivisibili – e dall’altra li si obbliga, per il bene della società, “ad assumere comportamenti religiosi adeguati e tradizionali”. Per dare un’idea della distorsione del rapporto tra religione ubbidienza e giovani, riporto un episodio emblematico verificatosi nel nostro Paese quasi 10 anni or sono.

 

Nel corso di una cerimonia imponente alla presenza di Papa Giovanni Paolo II un ragazzo (accuratamente selezionato tra le tante parrocchie) doveva pronunciare solo poche righe di circostanza preparate, a mio parere, da qualche segretario zelante. Il giovane, invece, improvvisamente chiese al Pontefice (il Papa “aperto al dialogo con i giovani”), del perché “la Chiesa non donasse tutte le proprie ricchezze ai poveri” e “non condannasse con più forza la corruzione dilagante nella politica” (Si viveva in quegli anni il clima dell’inchiesta “Mani Pulite”). Non solo l’illustre Ospite ma la Curia all’unisono, quasi tutti i mass-media italiani (anche giornali apparentemente laici) furono scandalizzati dal senso delle parole di un giovane indifeso che aveva colto la sostanza rivoluzionaria della predicazione di Cristo. Ancor più che amaro fu quanto seguì il gesto provocatorio. Questo ragazzo, aspramente redarguito, immagino, dai genitori prima, dal parroco e dal cardinale Ruini poi, fu infine ricevuto in udienza pubblica in Vaticano per scusarsi pubblicamente. Da allora, immagino, i controlli sui giovani nelle occasioni pubbliche del Pontefice sono stati ulteriormente rafforzati!

 

Focalizzarsi sull’espressione religiosa tradizionale rischia di confondere gli adulti (insegnanti e genitori, tra tutti), i quali riversano sugli allievi e sui figli questo confine oscuro tra religiosità, religione e fede. I ragazzi crescono, maturano, pongono domande, e nulla può essere fatto di duraturo se non si tiene conto di questi processi di crescita e di libertà. La conoscenza di sé e del proprio mondo interiore; la confidenza nella relazione con i pari, i genitori e gli insegnanti; la capacità di affrontare le emozioni e gli affetti; la scoperta delle funzioni superiori alla base dell’astrazione, del simbolismo e della spiritualità…Tutti questi elementi consentono di contrassegnare il processo di crescita.

Possiamo denominare tutti questi elementi costitutivi, ricorrendo per una volta ad una terminologia Inglese, “Abilità di vita” o “Skills for Life”. In questa prospettiva l’obiettivo non è l’acquisizione passiva di certe nozioni da parte del ragazzo ma la valorizzazione delle risorse personali destinate ad accrescere il livello di salute. Alla base di questa sperimentazione delle abilità di vita si pone “il livello di autostima e di confidenza nelle proprie potenzialità”. E’ esattamente l’opposto di quanto atteso dal Cardinale Ruini e dalla riforma Moratti.

Per aiutare i ragazzi a crescere non solo fisicamente ma anche spiritualmente, è necessario che genitori ed insegnanti si alleino nella lettura degli aspetti “nobili”, simbolici, rappresentativi e spirituali di figli ed allievi, ad iniziare dalle materie costitutive del curriculum scolastico e nel corso di tutto il percorso scolastico. Pensiamo alla cacofonia ed alla povertà del linguaggio informatizzato rispetto alla musicalità della poesia; all’armonia dei numeri e delle proporzioni geometriche se comparata alla massa di cifre che quotidianamente ci assale; ai colori ed al profumo dei fiori, all’armonia dei favi delle api… Non idealizzo e comprendo quanto sia complesso relazionarsi con i giovani senza ricorrere alla pressione dell’autorità ma è uno sforzo che vale la pena compiere.

Nessun ragazzo, a mio avviso, è del tutto indifferente ad una delle innumerevoli forme di “bello” esistenti nel nostro mondo. L’unica scelta potenzialmente dannosa potrebbe riferirsi alla “coercizione al religioso” propugnata dai neo-conservatori.

 

Vorrei concludere con una dimensione di viaggio personale da dedicare ai nostri ragazzi. Marguerite Yourcenar attribuisce all’Imperatore Adriano:

 

Ma io facevo di tutto per non avere alcun pregiudizio e pochissime abitudini. Apprezzavo la delizia di un letto soffice, ma anche il contatto, l’odore stesso della nuda terra, la disuguaglianza di ogni segmento della circonferenza del mondo. Ero avvezzo alla varietà degli alimenti, all’orzo britannico ed ai frutti africani. Un giorno, mi capitò di assaggiare persino la selvaggina semiputrefatta, considerata una ghiottoneria presso certe tribù germaniche; la rigettai, ma l’esperienza fu tentata…” (Memorie di Adriano, p. 117).

 

Solo a questo punto potremo, se mai, indifferentemente giovani ed anziani, insegnanti, genitori ed alunni, affermare:

 

“Anima mia impalpabile e vaga

Ospite e compagna del corpo…”

 

 

(testo redatto dall’Autore)