Ci sarà ancora la pubblica istruzione in Italia?

di Rosanna Ciappa

(intervento al convegno promosso da "Laicità"  a Torino nel mese di Aprile 2002)

 

Anche a me pare che la scuola italiana sia sempre meno una scuola pubblica, laica e pluralista al suo interno, e sempre più una scuola segnata da una forte ipoteca confessionale, sempre più simile ad un’azienda, e che di fatto valorizza la scuola privata come modello di piccola azienda, e dunque si privatizza e si aziendalizza sempre di più. Dal mio punto di vista, che è quello di un’associazione nata nell’ambito del protestantesimo italiano, e che intende promuovere e difendere i valori del pluralismo culturale e della laicità nella scuola, vorrei fermarmi brevemente su due questioni. Il primo punto riguarda i problemi creati da una mancata dimensione della laicità, cioè da una mancata distinzione tra spazio pubblico e spazio privato, tra identità confessionale e dimensione laica, tra compiti dello Stato e funzione delle chiese nell’organizzazione del sistema dell’istruzione in Italia. Il quadro istituzionale concordatario dei rapporti tra lo Stato italiano e la chiesa cattolica risulta fortemente discriminatorio nei confronti di tutti gli altri soggetti sociali, siano essi appartenenti ad altre religioni o confessioni cristiane, siano essi laici, agnostici o indifferenti alla dimensione religiosa. E’ discriminatorio in linea di principio, perché fondato sulla posizione di privilegio accordata alla chiesa cattolica la quale come è noto ha ottenuto nel concordato revisionato nell’84 di essere presente nelle scuole italiane di ogni ordine e grado con una o più ore di religione cattolica, insegnata da docenti nominati e controllati dal vescovo, e pagati dallo stato.

Da questo privilegio originario che deriva direttamente dal concordato discendono poi una serie di altre contraddizioni e discriminazioni sul piano dei fatti, della concreta gestione di questa situazione. Discriminatoria è di fatto la modalità con cui viene esercitato il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi dell’ora cattolica da parte degli studenti e delle famiglie: perché mai la dichiarazione dell’opzione è obbligatoria per tutti gli studenti? Non sarebbe più corretto che soltanto chi intende avvalersi lo dichiarasse? L’opzione obbligatoria non è in fondo una forma di schedatura e di controllo di studenti e famiglie?  Ancora. Sicuramente discriminatoria è la condizione degli studenti che non si avvalgono. Che cosa fanno questi studenti? L’esperienza di questi anni dimostra che l’ora alternativa non è stata mai attuata innanzitutto per la difficoltà di individuarne contenuti disciplinari tali che non siano discriminanti nei confronti di coloro che optano per l’ora cattolica. Gli studenti che non si avvalgono non fanno nulla, e sempre più frequentemente sono psicologicamente pressati a restare in classe ed assistere alla lezione di religione in una posizione, si dice, critica. Ancora. La situazione dei docenti di religione nominati dal vescovo e pagati dallo stato, che sono stati recentemente immessi in ruolo. La loro posizione si rafforza e da discriminati diventano privilegiati perché lo stato è obbligato a mantenerli in servizio anche se il vescovo revoca loro il gradimento, e questo a scapito di insegnanti qualificati che avrebbero titoli e requisiti per coprire quei posti.

Ma questo non è tutto. Non solo la pressione ideologica è forte nella scuola pubblica, ma recentemente il mondo cattolico e le forze politiche che lo sostengono hanno ottenuto con la legge della parità scolastica il finanziamento pubblico delle scuole private gestite per la maggior parte da organizzazioni cattoliche. Non posso entrare più di tanto nel merito, ma è chiaro a tutti che questa legge modifica il sistema dell’istruzione in Italia. Non esiste più la sola scuola pubblica, né lo Stato ha il monopolio dell’istruzione, ma si istituisce un sistema integrato di scuole statali e scuole paritarie. Il perno su cui è costruito tutto l’articolato, è che le scuole paritarie svolgono un servizio pubblico. Qui è il punto. Vuol dire che queste scuole, sono collocate sullo stesso piano delle scuole statali, rispondendo però all’esigenza dell’allargamento e della differenziazione dell’offerta formativa. Da una parte devono offrire garanzie e requisiti che lo stato richiede loro, dall’altra possono produrre un loro progetto di istituto che le qualifica ideologicamente. Questo segna un passaggio decisivo nella concezione del rapporto tra pubblico e privato e acuisce la crisi specifica della dimensione pubblica. L’istruzione non è più un compito istituzionale dello Stato, ma diventa un servizio reso, quantificato, pagato, commercializzato; anzi l’istruzione diventa una merce che meglio si compra se il mercato è più ampiamente articolato. Qualunque giudizio si voglia dare di questo processo, bisognerebbe esserne consapevoli.

La seconda questione che vorrei porre brevemente riguarda una proposta che si va facendo strada in ambienti laici o anche in alcuni ambienti credenti, cattolici e non cattolici, interessati ad introdurre nella scuola pubblica uno specifico insegnamento del fatto religioso in chiave laica, cioè storico-critica e scientifica, dunque non in chiave confessionale, come è attualmente l’IRC. So bene che su questo problema c’è stata ed è ancora in corso una discussione che vede il fronte laico sostanzialmente diviso tra i trasversalisti e i disciplinaristi, cioè tra i sostenitori di un insegnamento trasversale diffuso in tutte le discipline che lo consentano, e i sostenitori di una specifica disciplina che affronti in chiave laica lo studio del fatto religioso. Per di più, abbastanza diffusa è la convinzione che prima di dar corso a qualunque proposta, sia necessario passare per una modifica istituzionale del concordato, che scioglierebbe alla radice il problema dell’IRC. Come associazione 31 ottobre siamo convinti (sono questi i risultati di un nostro recente convegno di studi) che sia giunto il momento di avanzare una specifica proposta disciplinare, senza naturalmente escludere, anzi presupponendo, che l’insegnamento trasversale debba essere considerato implicito nello statuto disciplinare delle materie che lo consentano. Quali i requisiti di quest’ora?

1.  Dovrebbe trattarsi di un insegnamento obbligatorio e curricolare, cioè previsto nel curriculum formativo di tutti gli studenti, indipendentemente dal fatto che si avvalgano oppure no dell’IRC. Dunque non un insegnamento alternativo all’ora confessionale, una specie di doppio binario, ma, proprio in quanto formativo sul piano culturale, rivolto a tutti.

2.   Dovrebbe essere insegnato da un corpo docente che non abbia alcuna ipoteca confessionale, ma che si sia formato nei canali ordinari previsti per i docenti della scuola: nell’attuale assetto della riforma universitaria si prevede di istituire bienni specialistici in scienze della religione. Potrebbe essere questo il canale di formazione di questi docenti.

3.   Il problema centrale è quello del taglio culturale di questa disciplina. Quali contenuti? Le ipotesi sul tappeto sono almeno tre.

  Taglio etico-religioso: un confronto sui grandi valori che le religioni propongono, una ricerca di senso, la religione come promotrice di valori morali e finalità esistenziali. Sono perplessa che una simile impostazione non rappresenti una ricaduta inevitabile nella dimensione confessionale.

  Taglio letterario esegetico ermeneutico: Lo studio dei testi letterari fondanti delle grandi religioni. E’ questa in sostanza la proposta di un’associazione come Biblia. Più convincente questo taglio, tuttavia anche i testi sacri hanno un loro carattere normativo che potrebbe non essere semplice sormontare.

  Taglio storico-fenomenologico e comparativistico. E’ la proposta che come associazione sosteniamo. Potrebbe essere una disciplina che studi l’aspetto storico-fenomenologico delle tre grandi religioni, ebraismo, cristianesimo, islamismo che oggi sono presenti in Italia. Più che una storia delle religioni, dovrebbe definirsi come le religioni nella storia, cioè l’impatto che le grandi religioni monoteistiche hanno avuto nella storia dell’umanità. Ci sembra questo l’approccio più laico e deconfessionalizzante. Proprio per sfuggire ad una fuga nella metafisica e articolare il rapporto tra teologia e storia. Dunque le religioni nella storia, cioè i fatti ed anche i misfatti delle religioni nella storia.

4. A seconda della sua praticabilità politica, nella nostra proposta quest’ora potrebbe anche intendersi come un’espansione della cattedra di storia, cioè un incremento istituzionale di un’ora settimanale della cattedra di storia.

Sono questi i termini generali della proposta. Non ci nascondiamo le difficoltà che essa comporta sul piano politico. Siamo per questo alla ricerca dei consensi e degli appoggi necessari. La riforma Moratti si configura come particolarmente ostile a questo tipo di proposta, sia perché in essa si rafforza la presenza dell’insegnamento confessionale, sia perché vi è una riduzione delle ore curricolari. Tuttavia siamo convinti che la battaglia va fatta, ed è anche questa la ragione della mia presenza qui stasera, e della possibilità che mi è stata data di parlare di questo, cosa di cui vi ringrazio molto.