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Associazione 31 OttobrePER UNA SCUOLA LAICA E PLURALISTA PROMOSSA DAGLI EVANGELICI ITALIANI
Sede legale: Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, via Firenze 38 - 00 184 Roma |
Rosanna Ciappa
PER UN INSEGNAMENTO DELLE RELIGIONI NELLA STORIA
(relazione tenuta al convegno "L'insegnamento delle religioni nella scuola" svoltosi a Roma nella sala della Protomoteca del Campidoglio; questo testo egli atti sono pubblicati in Coscienza e libertà, n. 38, 2004)
Il progetto che presento è stato elaborato dall'Associazione "31 ottobre", per una scuola laica e pluralista, un'associazione nata in ambito evangelico che ha tra le sue finalità di promuovere i valori della laicità e del pluralismo culturale e religioso all'interno della scuola italiana.
La proposta è stata già pubblicamente presentata in una conferenza stampa del novembre scorso. Espressa nei suoi termini essenziali, essa prevede di inserire nel quadro della riforma della scuola secondaria superiore una specifica disciplina che affronti lo studio delle religioni nella storia con un taglio non confessionale ma storico-culturale, un insegnamento non alternativo né concorrenziale a quello confessionale esistente, ma inteso come offerta didattica di grande rilevanza formativa. Ad ispirare una proposta di questo genere vi è stato naturalmente un lungo percorso di riflessione che l'Associazione ha condotto sull'importanza dello studio del fatto religioso come grande fatto culturale, come componente ineliminabile che appartiene al patrimonio collettivo dell'umanità intera, e che sistematicamente viene ignorato o trascurato: nella tradizione degli studi e nel sistema dell'istruzione in Italia si è infatti verificata una sorta di rimozione della religione, accompagnata da una delega più o meno consapevole al cast degli "specialisti in religione", ritenuti unicamente competenti, che sono poi le istituzioni ecclesiastiche con finalità confessionali. Ci sembra invece che non sia sufficientemente valorizzata la dimensione di uno studio laico e critico della religione: studiare la religione in forma laica, formarsi allo studio del fatto religioso in chiave laica non sembra possibile. Eppure, noi pensiamo, la chiave culturale, storico-fenomenologica e comparativistica sembra essere quella che meglio risponde all'attuale situazione delle moderne società complesse e multiculturali, perché tendenzialmente depotenzia lo "scontro di civiltà' e valorizza il confronto tra le diverse fedi e culture.
Da queste motivazioni ideali nasce la concreta proposta di inserire nello spazio dei laboratori, come previsti dalla riforma Moratti (nel documento preparatorio preparato dal prof. Bertagna), lo studio di una materia di taglio culturale definita "le religioni nella storia", che affronti lo studio del fenomeno religioso, o delle religioni, W chiave critica, scientifica e laica.
In primo luogo, porrei un problema di denominazione. Perché "religioni nella storia"? E sembrato utile questo correttivo rispetto al più scontato ma anche più ambiguo uso di "storia delle religioni" per segnalare, innanzitutto, l'ottica laica e storico-fenomenologica di una prospettiva che considera le religioni non nella loro dimensione metafisica e sacrale ma nell'impatto e nella ricaduta che hanno avuto nelle vicende concrete e nella storia dell'umanità, desacralizzandone gli effetti: i fatti, ma anche i misfatti delle religioni nella storia. Anzi, lo studio degli "effetti" delle religioni nella storia, rifuggendo dall'approccio astratto e generalista di troppo ampie classificazioni scientifiche, restituisce mordente didattico e concretezza di esperienza vissuta, in un momento in cui la religione diventa sempre più oggetto di scontro o di negoziazione.
Veniamo ai contenuti. Che cosa si può insegnare in un laboratorio di "religioni nella storia"? Rispondere a questa domanda significa impostare un problema non semplice di natura epistemologica. Si sostiene talvolta, e non del tutto a torto, che non sia possibile una prospettiva culturale e laica della religione, perfettamente oggettiva e non coinvolta; la religione sembra essere una specie di oggetto oscuro, misteriosamente attrattivo, da cui non è facile, o non è possibile prendere la distanza critica. In qualche modo fede e laicità confliggono, ed ogni esperimento di neutralità ed obiettivazione scientifica finisce per snaturare e depotenziare la religione della sua stessa valenza costitutiva, che è quella di essere un'esperienza di fede in cui è fortemente implicata ed ineliminabile la soggettività. Un'obiezione, questa, che investe i fondamenti epistemologici di una proposta disciplinare che intenda porsi come materia di insegnamento scolastico. Ma è proprio qui che si inserisce utilmente lo studio delle religioni nella storia.
Gli approcci tradizionali allo studio delle religioni sono due: una visione oggettivante e sistematica come è quella che si produce nella Storia delle religioni con alle spalle una consolidata e prestigiosa tradizione accademica, e una visione confessante e soggettiva, quella di stampo intimistico (che parte dalla propria esperienza) che si produce nell'insegnamento confessionale dell'ora di religione. Tra queste due prospettive "religioni nella storia" si pone come una "disciplina di studio", non come materia. Questa definizione tiene insieme il riferimento allo studio, cioè al carattere non improvvisato né ingenuo delle osservazioni e delle metodologie, e il riferimento alla disciplinarietà, cioè all'attiva partecipazione dell'allievo alla costruzione del sapere, che diventa ricerca e quindi formazione di sé in senso non solo teorico e culturale, ma anche operativo e sperimentale. Un'impostazione di questo genere privilegia l'acquisizione delle competenze sulla sistematicità degli obbiettivi di apprendimento, la ricerca e la sperimentazione sull'aspetto "frontale" dell'insegnamento. Una materia come "religioni nella storia" dovrebbe coprire un ampio spazio di ricerca, con metodologie e strumenti articolati ed una partecipazione attiva dell'allievo per costruire la sua competenza. Il rapporto con l'oggetto religioso dovrebbe prevedere frequenti cambi di prospettiva, senza assolutizzarne nessuna: a un approccio basato sull'esperienza di ciò che è vicino, dovrebbe poter seguire la ricerca delle origini remote, la full imrnersíon nei codici simbolici degli altri, la lettura spiazzante che delle religioni fanno le scienze sociali, la prospettiva psicologica, quella filosofica, la domanda etica, le tracce che le religioni hanno lasciato nell'arte e nella letteratura, la fruizione estetica di ciò che si è prodotto in tali esperienze, e insieme l'indagine obbiettiva dei lasciti dell'intolleranza e della prevaricazione che le religioni hanno sempre consegnato alla storia dell'umanità. Dunque uno sguardo "mobile" sull'universo delle religioni. "Religioni nella storia" non sarebbe così l'ennesima materia da studiare entro un panorama già affollato di nozioni, ma un'occasione di ampliamento e di decentramento del proprio punto di osservazione il cui esito dovrebbe puntare all'apertura e la diversificazione metodologica rispetto all'uniformità e alla sistematicità.
Veniamo al piano operativo. La proposta dell'Associazione mira alla curricolarità dell'insegnamento delle religioni, cioè al suo inserimento nel portfolio delle competenze di tutti gli alunni, anche se con percorsi diversi e personalizzati. All'interno della riforma Moratti e in attesa dei provvedimenti che saranno via via adottati, riteniamo che l'ambito naturale dell'insegnamento di "religioni nella storia" sia quello dei laboratori previsti dal gruppo di lavoro del prof. Bertagna. Da questo punto di vista la proposta si riferisce precipuamente alla struttura dei licei. Quella dei laboratori sembra essere la collocazione più funzionale allo studio delle religioni nella storia: il laboratorio viene presentato infatti non tanto come un luogo fisico, che pure può essere attrezzato per quella specifica funzione, quanto come uno spazio didattico W cui il sapere viene prodotto e appreso tramite la ricerca e l'operatività, e in cui l'insieme delle attività è organizzato in funzione di uno specifico compito (come una ricerca, una determinata produzione, ecc.), o di un approfondimento, di uno scopo specifico o della libera scelta di altro genere di obiettivo. I laboratori possono fungere da banche-dati e da archivi multimediali; possono essere occasione di apertura della scuola al territorio sia attraverso la partecipazione di esperti esterni al sistema scolastico sia offrendo attività di formazione a utenti adulti. Gli alunni proverranno da classi e scuole differenti, su base volontaria, benché negoziata con docenti e famiglie. Il gruppo sarà dunque temporaneo e flessibile quanto a composizione.
Perché i laboratori si aprano allo studio di religioni nella storia, è necessaria una decisione politica: il Ministero deve decidere di generalizzare l'offerta di tale insegnamento a livello nazionale per reti territoriali di scuole consorziate, sulla base di una progettazione unitaria e coerente.
Quanto al problema dei docenti, secondo i documenti ministeriali si prevede la figura di un docente responsabile. La nostra proposta vede il coinvolgimento di tutti i docenti, proprio per il carattere trasversale della disciplina. Un coinvolgimento più specifico dovrà essere richiesto a docenti di storia, filosofia, letteratura italiana o straniera, scienze, storia dell'arte. Essendo il laboratorio una struttura territoriale vi potrà essere un coinvolgimento non forzato del personale e dunque una motivazione da parte degli operatori, superiore a quanto si registrerebbe con qualsiasi ipotesi di ora aggiuntiva all'orario curricolare o di inserimento nei programmi dell'una o dell'altra disciplina.
Si può ipotizzare che sulle 300 ore annuali previste per i laboratori, se ne possano strutturare 25-30 a studente per percorsi modulari di religioni nella storia con un impegno dei docenti che ovviamente sarà replicato nel corso dell'anno in relazione al formarsi di nuovi gruppi di studenti.
