Dove va la “31 ottobre”?

di Luciano Zappella

 

Nell’ipotizzare un insegnamento laico e pluralista del fatto religioso, “Religioni nella storia” è la formula che l’Associazione ha fatto propria e a cui si è, in qualche modo, affezionata, tanto da diventare una sorta di simbolo. Il problema era riempire di contenuti questa formula. Vediamo quindi quali sono state le tappe che abbiamo percorso, per passare poi alle prospettive che si aprono.

 

1.

Prima tappa: febbraio 2002. In quella data l’Assemblea dei soci del febbraio 2002 aveva deliberato una proposta di IRC caratterizzata da tre elementi:

1.      insegnamento curricolare (cioè previsto nel curriculum formativo di tutti gli studenti, indipendentemente dal fatto che si avvalgano oppure no dell’IRC. Dunque non un insegnamento alternativo all’ora confessionale, una specie di doppio binario, ma, proprio in quanto formativo sul piano culturale, un insegnamento curricolare, obbligatorio e rivolto a tutti gli studenti);

2.      deconfessionalizzato (insegnato da un corpo docente che non abbia alcuna ipoteca confessionale -il che non esclude ovviamente l’appartenenza confessionale-, ma che si sia formato nei canali ordinari previsti per i docenti della scuola),

3.      con un taglio storico-fenomenologico e comparativistico (più che una storia delle religioni, dovrebbe definirsi come le religioni nella storia, cioè l’impatto che le grandi religioni monoteistiche hanno avuto nella storia dell’umanità), il tutto configurandosi non come disciplina a sé stante, ma come naturale espansione della cattedra di storia.

 

Seconda tappa. Alcuni elementi nel frattempo intervenuti (l’avanzare della Riforma Moratti, i fermenti europei [cfr. rapporto Debray] e italiani [convegno di Brescia]) hanno riportato in auge la discussione, tutt’altro che teorica, tra disciplinarismo e trasversalismo. Entrambe le posizioni hanno i loro pregi e i loro limiti. Vediamo di ricapitolarli brevemente.

 

Disciplinarismo: i vantaggi

Il principale vantaggio è quello della curricularità; un IFR obbligatorio e curriculare

1.      metterebbe al riparo dal confessionalismo (a meno che quest’ultimo non rientri da una finestra socchiusa dopo essere stato fatto uscire dalla porta);

2.      conferirebbe dignità alla materia, sottraendola allo spontaneismo, e quindi al pericolo della banalizzazione;

3.      consentirebbe di elaborare un programma organico, pur con tutti i limiti della programmazione (si tenga presente che la tendenza in atto è quella di “superare” il programma, nel senso di renderlo meno rigido e vincolante, puntando più sull’acquisizione di competenze che non di conoscenze).

Disciplinarismo: i limiti

1.      La scuola va sempre più verso una contrazione del quadro orario (25 ore settimanali): inserire una nuova disciplina mentre di sta parlando di ridurre le discipline significa condannarsi al suicidio.

2.      Ancora più problematica è la definizione dello statuto epistemologico della disciplina: che taglio deve avere? storico, antropologico, fenomenologico, teologico, filosofico, letterario? La difficoltà di definizione dello statuto della disciplina può aprire la porta al pericolo di un insegnamento vagamente morale.

3.      Nell’attuale didattica si insiste molto sul carattere “aperto” dei saperi. Le discipline formalizzate, in particolare nel ciclo di base, ma anche alle superiori, vengono ormai presentate secondo un approccio “modulare” e “trasversale”: l’IFR come disciplina a sé stante nascerebbe morto.

4.      Infine, problema dei problemi, la formazione dei docenti. L’IFR come disciplina richiede degli specialisti; attualmente, gli unici “specialisti” sono coloro che escono da scuole confessionali (gli Istituti di Scienze Religiose delle varie diocesi), peraltro con corsi di diploma e non di laurea, mentre non esistono ancora laureati in Scienze Religiose in Università statali, anche se le acque si stanno movendo (vedi il neonato corso di Scienze Religiose presso la Sapienza di Roma). Ha senso aspettare che il movimento delle acque diventi un mare? Senza contare il fatto che gli attuali insegnanti di IRC potrebbe sentirsi pienamente legittimati (e per competenza lo sarebbero anche) a svolgere l’IFR.

 

Trasversalismo: i vantaggi

È evidente che i vantaggi del trasversalismo sono il negativo fotografico dei limiti del disciplinarismo. L’approccio trasversale consentirebbe:

1.      di non appesantire un quadro orario già intasato e in via di riduzione;

2.      di non avere la necessità di reclutare nuovi insegnanti per una nuova disciplina, ma di puntare su quelli che già ci sono;

3.      di far cogliere agli studenti i grandi snodi della storia religiosa dell’occidente e la loro ricaduta sulla cultura materiale e immateriale (Wirkunggeschichte);

4.      di offrire prospettive modulari e interdisciplinari, facendo così vedere come il fatto religioso, nella sua dimensione culturale, abbia contribuito alla definizione di una cultura, di una società, di una forma statale, insomma di una Welthanshauung.

 

Trasversalismo: i limiti

Gli ipotizzabili rischi del trasversalismo possono essere così riassunti:

1.      lo spontaneismo, malattia mortale specialmente in questo clima di rivincita del religioso: quanti insegnanti, per esempio, si sentono moralmente tenuti a parlare dell’islam cadendo in stereotipi pericolosi che derivano da approssimazione? Insomma, il rischio è quello di inseguire le emergenze del momento;

2.      spesso trasversalismo da rima con fumosità: è indispensabile indicare dei contenuti irrinunciabili (lo zoccolo duro, come si suol dire), altrimenti si rischia la marmellata religiosa;

3.      affinché le buone intenzioni e la buona volontà non siano zavorrate da ignoranza è necessaria una solida formazione dei docenti; ma qui nasce il problema: vista l’attuale situazione dei docenti (demotivati e mal pagati) e vista l’attuale non obbligatorietà dell’aggiornamento, come convincere gli insegnanti (penso in prima istanza e quelli delle varie letterature, di storia e filosofia, di storia dell’arte) dell’importanza di un corso di aggiornamento che, vista al posta in gioco, risulterebbe molto articolato e ricco di contenuti? Certo, se ci fosse un’iniziativa del Ministero (come l’alfabetizzazione informatica) e fosse incentivata, la situazione sarebbe diversa, ma la mia esperienza mi dice che l’insegnate medio non ha molta voglia di fare più di quello che già fa.

 

In conclusione: non è detto che rifiuto del disciplinarismo significhi necessariamente rinuncia alla serietà dell’operazione e alla dignità della disciplina, così come non è detto che abbandono del trasversalismo equivalga a irrigidire l’insegnamento. Si tratta di trovare una sorta di “terza via”, come vedremo.

 

2.

Allargando il discorso all’Europa, si vede come nei vari paesi europei esistano due tipi di soluzioni strategiche in ordine all’IFR: «1. o l’integrazione dello studio obbligatorio della religione nell'organico delle di­scipline curricolari, in quei paesi di più consolidata tradzione democratica, dove la religione accetta di essere trat­tata alla stregua degli altri saperi, in coerenza quindi con le finalità e le metodologie proprie dell'educazione pubblica e pluralista; 2. o invece l'emarginazione progressiva della re­ligione dalle attività scolastiche, o quanto meno il suo declassamento a corso opzionale o facoltativo, quando l'inse­gnamento religioso permane appannaggio più o meno esclusivo delle confessioni, che ne riven­dicano l'irriducibilità ai saperi profani, e che accondiscen­dono tutt'al più al compromesso di una gestione «concor­data» dell'istruzione religiosa, previa intesa appunto con le autorità statali» (Pajer, Il Regno 22/2002).

La situazione europea dimostra, secondo me, sostanzialmente tre cose:

1.      l’urgenza di un’educazione alla nuova cittadinanza europea: valori comuni, comuni conoscenze, comuni competenze (patto etico-politico di solidarietà sociale che salvaguardi le singole identità ed eviti il pericolo che confliggano in modo acritico e quindi distruttivo: passaggio dalla multiculturalità alla interculturalità);

2.      sostanziale fallimento dell’insegnamento monoconfessionale, anche se in ambito cattolico si registrano molti sforzi per presentare un IRC sempre più aperto all’interculturalità;

3.      pluriconfessionalismo: balcanizzazione dello spazio scolastico pubblico.

 

3.

In questo ambito, è chiaro che la proposta della 31 Ottobre deve risultare chiara, praticabile e ricevibile. Fermo restando la formula “religioni nella storia”, fermo restando il carattere laico e interculturale dell’IFR, la proposta della 31 Ottobre deve tener conto, oltre che del contesto europeo, soprattutto del contesto italiano, il che significa fare i conti con la Riforma Moratti e quindi trasformarsi da slogan in proposta politica, cioè di politica scolastica.

In questo senso, noi riteniamo che, nell’attuale contesto della Riforma Moratti, l’unico spazio praticabile per un insegnamento del fatto religioso che tenga insieme deconfessionalizzazione, approccio laico, carattere curricolare, impostazione interdisciplinare e valore formativo (cioè che punti sulla competenza più che sulla conoscenza), l’unico spazio praticabile sia quello dei laboratori previsti dal gruppo di lavoro Bertagna. Mi sembra importante quanto si dice nel documento Bertagna a proposito dei laboratori: «il laboratorio è il luogo privilegiato in cui si realizza una situazione di apprendimento che coniuga conoscenze e abilità specifiche su compiti unitari e significativi per gli alunni, possibilmente in una dimensione operativa e progettuale (…) il laboratorio si può definire un’occasione per scoprire l’unità e la complessità del reale, mai riducibile a qualche schematismo più o meno disciplinare».

Dal punto di vista operativo, limitatamente all’istruzione secondaria di II grado, i laboratori dovrebbero essere collocati al di fuori dell’orario obbligatorio (l’orario obbligatorio uguale per tutti ammonterebbe a 825 ore annuali [25 settimanali] mentre sono previste da 0 a 300 ore complessive per i laboratori), come attività proposta dalle scuole (consorziate a livello territoriale) che sarebbe rivolta a gruppi di studenti provenienti da classi differenti su base volontaria (ma negoziata tra docenti, famiglia e alunno). Mentre l’istituzione del laboratorio è obbligatoria da parte delle scuole, la sua frequenza è invece facoltativa.

È dunque in questo ambito che andrebbe a collocarsi la proposta della 31 Ottobre (cfr. ipotesi Florio). Si tratterebbe di inserire tra i laboratori già previsti anche quello (ancora da riempire di contenuti, ma è questo il lavoro che si farà sin d’ora) dedicato alle “religioni nella storia”. In questo modo si superebbe la diatriba disciplinarismo/trasversalismo, in quanto un insegnamento laboratoriale si configurerebbe come disciplina (quindi coordinata da un docente) che però si avvarrebbe dell’apporto interdisciplinare (contributo di un gruppo di docenti). C’è un altro elemento che, secondo me, può rendere la cosa più interessante, cioè il fatto che i laboratori possono configurarsi anche come proposta rivolta al territorio, una sorta di educazione permanente degli adulti (il tutto si configurerebbe come una sorta di educazione al Fatto religioso, una alfabetizzazione degli adulti).

 

Non ci nascondiamo che una tale proposta abbia dalla sua parte dei vantaggi e dei limiti. Mi limito a segnalare un vantaggio e un limite.

Il vantaggio sarebbe quello di offrire una valida alternativa (valida perché culturale, laica, interdisciplinare e interculturale) agli alunni (e alle superiori sono sempre di più) che non frequentano l’IRC e che oggi sono parcheggiati negli edifici scolastici.

Il limite è rappresentato dal pericolo di un’ingerenza degli insegnanti di IRC i quali, proprio in forza del loro nuovo status, potrebbero accampare un ruolo centrale, vista la loro competenza, in questo mondo incrinando il carattere laico e  aconfessionale dell’insegnamento in questione.

Milano, febbraio 2003