Paolo Naso

GLI AGGETTIVI DELLA LAICITA'

(sintesi della relazione tenuta al convegno di Velletri 2004)

 

Senza sottrarsi al tema del Convegno ma modulandolo con diversa accentuazione nella sua relazione che ha preferito intitolare Gli aggettivi della laicità, Paolo Naso ha premesso l’enunciazione di tre tesi:

- occorre riconoscere nell'attuale acceso dibattito l'esistenza di diversi modelli di laicità, spesso in aperto conflitto tra loro;

- l'estendersi della domanda religiosa in tutte le società evolute corrisponde ad un "mercato" sempre più variegato e frammentato, che nel nostro paese è stato recentemente stimato in oltre 600 tra chiese, gruppi e movimenti e che rende pertanto inattuale l'immagine di un'isola protestante assediata in un oceano uniformemente cattolico;

- di conseguenza è opportuno, anzi vitale, ridiscutere ed eventualmente aggiornare la nostra stessa idea di laicità in rapporto alla realtà storica in rapida evoluzione.


La prima affermazione che Naso sintetizza con lo slogan Tra Londra e Parigi trova conferma nelle divisioni, di principio e di prassi, che segnano in Europa la congerie di posizioni di stampo pluralistico che si possono in gran parte situare tra due poli  rappresentati dal modello inglese di confessionalismo temperato (come è configurato ad esempio nel Bradford Syllabus, il primo tentativo scientifico di costruzione di un curricolo di storia delle religioni nella scuola primaria con il concorso delle comunità religiose), quello francese di laicità per sottrazione, che ha la sua espressione più emblematica nel Documento Stasi con la sua tesi centrale che ciò che attiene alla sfera religiosa non ha alcuna rilevanza pubblica e sociale.

Se il modello inglese ha corrispettivi nei paesi scandinavi dove la sopravvivenza formale di una religione di Stato non compromette in alcun modo una libera e ben tutelata convivenza di tutte le fedi, un confessionalismo duro è invece presente in stati poco permeabili al pluralismo come Polonia, Irlanda e Grecia, mentre Austria e Belgio coltivano una laicità di relazione, che vede uno stato rigorosamente laico preoccupato di instaurare relazioni costruttive con tutte le comunità religiose.

Un elemento di "disordine" è però rappresentato dai concordati che determinano scelte protezionistiche unilaterali. In Italia, il regime privilegiario con la chiesa cattolica, che pure molti guasti ha determinato nella vita democratica, è stato temperato dalle Intese che, sia pure con estrema lentezza, vanno completando il mosaico dei rapporti tra stato e confessioni non cattoliche.

Ma i modelli summenzionati non nascono dal nulla: essi sono il prodotto di un grande dibattito di idee in corso da tempo, che si può schematizzare con l'opposizione tra universalisti e comunitaristi.

Tra i primi, oltre agli antesignani “rivoluzionari” Rousseau e Toqueville, si possono annoverare pensatori e politologi come Darrendorf, Sartori e Rusconi, tutti in varia misura fautori di diritti di cittadinanza, scaturenti da una forma di "religione civile" simboleggiata da bandiera e costituzione, e di una laicità "forte", non coincidente cioè con la semplice tolleranza, in cui lo Stato resta neutrale, e pertanto contrari ad una multiculturalità che si traduca in conflittualità permanente.

Al contrario, i comunitaristi, capeggiati, tra gli altri, da M. Walzer e, da noi, dal filosofo Marramao, sostengono che, dal momento che nessuna delle moderne società multietniche può sopravvivere se non nel riconoscimento "attivo" delle differenze culturali e religiose, non riducibile  alla pura cittadinanza, lo Stato deve intervenire favorendo il costituirsi di modelli di comunità con cui sviluppare forme di  negoziazione.

Ed è questo secondo paradigma, quello comunitarista, che appare oggi maggiormente in grado di  affrontare la sfida multireligiosa con maggiori possibilità di successo. Esso informa con tutta evidenza l'art. 51 della neonata Costituzione europea con il suo riferimento all'opportunità di un dialogo "trasparente e regolare"con le varie comunità religiose, rendendo superato e stucchevole il dibattito sulle "radici giudaico-cristiane" che tanto appassiona i clericali e gli pseudo-liberali di casa nostra.

In questa cornice deve essere inquadrata la questione dei simboli religiosi e atti confessionali che hanno forti risvolti sociali - dal crocifisso al velo islamico, dal turbante dei Sikh incompatibile col casco motociclistico alla macellazione rituale, dall'infibulazione, che medici toscani vorrebbero ragionevolmente sostituire con una meno cruenta 'escissione', al seppellimento ebraico e islamico nella terra e ai permessi per le preghiere rituali o le feste religiose. Da tali complessità si esce non con atti d'imperio come quello francese contro lo chador a scuola ma, per l'appunto, con una paziente negoziazione. Ciò comporta nuove opportunità e nuovi orizzonti per gli evangelici italiani che devono guardare all'Europa e a questo dibattito con il convincimento della responsabilità che hanno nella battaglia per il pluralismo e la laicità nella scuola, senza pedissequamente ricalcare l'esperienza del "fronte laico", che pure in passato ha avuto grandi meriti. Lo specifico religioso richiede anzitutto un rapporto prioritario con le altre comunità di fede. Dunque, conclude Naso, il cantiere della laicità resta aperto.

 

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