La laicità, questa sconosciuta

di Nicola Pantaleo

 

Potrebbe apparire questo un titolo provocatorio per la sua evidente eccessività e paradossalità ma credo che esso contenga una certa dose di veridicità come mi appresto a tentare di argomentare in questo breve testo, di cui non conosco di fatto i potenziali ed effettivi destinatari ma che credo possa contare su un consensivo di massima su alcuni punti fermi:

  la laicità delle istituzioni pubbliche, in primis lo stato, è una pre-condizione di un paese moderno e democratico:

  vi è oggi una emergenza internazionale che nasce dai massicci flussi migratori e dagli effetti della globalizzazione che rende un regime di stato laico  ancor più imprescindibile che nel passato;

  la laicità va distinta dalla sua estremizzazione – il laicismo – in funzione antireligiosa e anticlericale;

  le forme concrete in cui si incarna il principio di laicità sono uno snodo cruciale nell’evoluzione degli organismi sociali e ne costituiscono un parametro fondamentale di riferimento.

 

Ripensare la laicità

Oggi s’impone una nuova e aggiornata riflessione sui principi di fondo e sugli effetti che accompagnano una concreta esplicazione della laicità, non perché ne siano venuti meno i presupposti – la necessaria separazione tra la sfera religiosa e quella della vita pubblica, nel rispetto delle rispettive autonomie e sovranità, l’equiparazione di trattamento di tutte le opzioni confessionali e di quelle ateistico-umanistiche ecc. – che anzi vanno ribaditi e resi operanti in modo ancor più netto, ma perché sono mutate le strutture etnico-culturali delle società occidentali. La differenza è fatta proprio dalla crescente eterogeneità della composizione demografica dei paesi più soggetti ai processi di immigrazione, soprattutto quelli, come l’Italia, di più giovane tradizione. Se infatti fino agli anni Settanta si poteva pensare, sia pure con forte approssimazione, al nostro paese come ad una entità sufficientemente compatta e omogenea sotto il profilo etnico-religioso, la situazione è poi mutata rapidamente  e ha dovuto prenderne atto il nuovo Concordato del 1984, su cui peraltro si tornerà successivamente, quando ha decretato la fine del regime della “religione di Stato”: un processo di secolarizzazione accelerato dal Concilio Vaticano II, che comunque non ne ha tratto tutte le conseguenze, anche giuridico-formali, e dalla forte ondata marxista che ha interessato le giovani generazioni a partire dal Sessantotto. La fine dello stereotipo dell’italiano cattolico non ha tuttavia sostanzialmente modificato l’atteggiamento tradizionalmente ossequioso delle autorità politiche nei confronti della confessione di maggioranza – che poi di fatto è stata fortemente ridimensionata dal senso comune prima ancora che dalle ricerche statistiche che danno oggi al 20% i praticanti– attraverso il conferimento di privilegi di varia natura, sui quali si tornerà più avanti. Bisogna riconoscere che lo “spirito di Porta Pia” che ha abbattuto lo Stato della Chiesa, nel suo stesso interesse spirituale, come peraltro è stato da molti suoi esponenti riconosciuto a posteriori, e ha dato vita a un cinquantennio circa di governi laico-liberali, con persino forti punte di anticlericalismo, prima dell’avvento del neo-confessionalismo fascista dei Patti lateranensi, quello spirito sembra oggi molto lontano. Neppure il tramonto dell’unità politica dei cattolici e della sua massima espressione organizzativa, la DC, appare avere assicurato uno spessore di laicità all’altezza dei tempi nella vita del paese. Queste valutazioni sono state in gran parte espresse, con ovviamente molta più organicità e lucidità di quanto qui scritto, in un breve articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 12 settembre di quest’anno a firma di uno studioso del calibro di Francesco Margiotta Broglio in preparazione della celebrazione del XX settembre. L’emergenza multi- confessionale che vi veniva documentata, in particolare la crescita esponenziale dell’islamismo con oltre 1 milione di aderenti e 250 luoghi di culto, oltre a quella, aggiungo, di alcune denominazioni evangeliche di stampo pentecostalista e dei para-cristiani Testimoni di Geova, non può non indurre a ripensare la laicità, anche in relazione a quanto avviene nel resto d’Europa. Tale situazione nuova e, per alcuni versi, inattesa trova il suo scenario più articolato e problematico nei luoghi dell’istruzione pubblica: la scuola e, in forma  meno appariscente, l’università.

 

La laicità: una cenerentola della scuola italiana

Alcune delle maggiori contraddizioni di una applicazione coerente del principio di laicità si rinvengono da sempre nel sistema scolastico nel quale le ingerenze del potere religioso appaiono tuttora vistose, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali e della sincera intenzione di cambiamento di mentalità di esponenti del clero, preti e  intellettuali cattolici. La ragione è ovvia: la formazione della personalità ha qui i suoi snodi più delicati e ciò spiega lo zelo con cui si ha cura di impostare la vita degli alunni secondo un determinato orientamento religioso fin dalla prima infanzia. Ciò è possibile attraverso l’uso spregiudicato di due strumenti in particolare: l’insegnamento della religione cattolica, IRC, in tutti i gradi dell’istruzione, e il principio di “sussidiarietà”, che consente alle scuole private, in larghissima misura cattoliche, di godere di uno status di assoluta paritarietà con quelle statali, pur esercitando nei confronti di queste una ‘concorrenza sleale’ fondata sul soddisfacimento di alcune esigenze per così dire utilitaristiche delle famiglie: l’assenza di ogni conflittualità sindacale, orari scolastici flessibili, una ‘sana’ educazione ispirata a principi etico-religiosi, la disponibilità di strutture per il tempo libero, la delega alle autorità scolastiche su ogni materia, ecc.. Va aggiunto che le istituzioni pubbliche – governo, comuni, regioni – fanno a gara nell’elargire finanziamenti al sistema educativo privato, in nome di un malinteso senso della “concorrenza al bene pubblico” e in dispregio della inequivoca disposizione costituzionale (“senza oneri per lo Stato”) Sul primo aspetto, l’insegnamento religioso sia pure nella sua forma semi-facoltativa prevista dal Concordato dell’’84 è bene ricordare che, in virtù di un provvedimento legislativo varato in tempi non sospetti (del governo di centro-sinistra) ma applicato con insolita celerità dall’attuale Ministero, migliaia di insegnanti di religione, che come è noto vengono designati dalle curie vescovili, sono entrati nei ruoli della scuola statale attraverso un concorso riservato, in barba alle attese bibliche degli altri precari si comprende come lo stato abbia ancora una volta abdicato alla sua autonomia. A questo proposito è difficile non vedere il profondo divario che separa l’attuale disciplina denominata e congegnata come insegnamento confessionale, invece che, come sarebbe auspicabile, nel senso, di diritto oltre che di fatto, di una materia a carattere pluralistico e storico-culturale, e la nuova realtà interetnica e multiculturale su cui ci affacciamo. L’obiezione che non vi sarebbero insegnanti preparati a una funzione così profondamente rinnovata può essere superata dalla volontà politica di istituire Corsi di laurea di scienze religiose, rigorosamente aconfessionali, ma non necessariamente ricalcanti il modello delle vecchie facoltà di Teologia, come è testimoniato, per altro verso, dal successo di iniziative di questa natura già operanti in alcune università come Roma e Torino. D’altra parte, la difesa dello stato laico non comporta necessariamente il disinteresse verso l’istruzione religiosa, come è dimostrato dalla risonanza che nella laicissima Francia ha registrato il rapporto Debray, nel quale si raccomandava un’attenzione verso le problematiche religiose nella scuola, pena un impoverimento dell’intero processo formativo e una condizione di inadeguatezza di fronte alle sfide interculturali. Questa è anche prevalentemente la posizione delle minoranze religiose, e segnatamente degli evangelici italiani rappresentati nella Associazione “31 ottobre per una scuola laica e pluralista”, che auspicano il superamento della clausola concordataria istitutiva dell’IRC attraverso l’istituzione di una disciplina che auspicano sia denominata “le religioni nella storia”, di chiaro stampo aconfessionale e storico-culturale. In questa ottica è stata presentata una proposta intesa a dare vita in via sperimentale a laboratori pluridisciplinari sul modello di quelli previsti dalla Riforma Moratti, su cui peraltro il giudizio è complessivamente negativo. Incidentalmente ricordiamo che la ministra Moratti ha più volte dato prova della sua condiscendenza alla Chiesa di Roma come nel caso dei due ‘scivoloni’ sul crocifisso “da affiggere in ogni aula, anche là dove non c’è” e sul bando del darwinismo dai curricoli di scienze. Che la laicità nella scuola pubblica abbia in ogni caso bisogno di una robusta cura di rafforzamento e sviluppo è dimostrato dall’annoso contenzioso sulla diffusione, specialmente nel Sud, di celebrazioni cattoliche in orario scolastico e varie forme di culto – dalle preghiere alle immagini alle feste patronali – in aperta violazione, oltre che delle più elementari regole di rispetto per le altrui convinzioni, della normativa vigente rappresentata dalle pronunce dei TAR di Emilia-Romagna e Marche, recepite per difetto di opposizione dalla legislazione statale.

 

I dilemmi laici nell’Università

Pur se se non si verificano nell’università italiana situazioni fortemente a rischio laicità come nell’istruzione primaria e secondaria, tuttavia una vigilanza si impone anche per mettere in questione consuetudini apparentemente innocue e  reputate ‘naturali’ come l’esistenza all’interno degli Atenei di cappelle cattoliche e la celebrazione di messe e altre manifestazioni confessionali nell’ambito di eventi squisitamente accademici. Ciò che più allarma in questi frangenti è l’acquiescenza a tali consuetudini delle autorità universitarie e di molti degli stessi docenti che peraltro vantano sovente il loro agnosticismo.

Vi è poi da segnalare – e qui faccio riferimento alla mia personale esperienza – che alcune discipline nel delicato settore della bioetica vengono impartite da docenti cattolici che ritengono di dovervi apportare i propri convincimenti religiosi senza dare luogo ad adeguati confronti con posizioni ideali diverse e opposte. Ciò favorisce un’angolatura provincialistica dell’insegnamento e della ricerca cui non sono estranee logiche di riproduzione nepotistica delle cattedre. Un dicorso analogo vale per le discipline filosofiche e pedagogiche, spesso appannaggio di figure non sgradite alla Curia. Naturalmente tale rilievo potrebbe essere rivolto anche a docenti di orientamento agnostico e laicista ma appare chiaro che il rischio maggiore è rappresentato dal cristallizzarsi di posizioni confessionali in un paese, come il nostro, caratterizzato da una secolare ipoteca vaticana. A tutti occorerebbe ricordare con Elena Bein, studiosa valdese che si è molto occupata di tali questioni, che il metodo laico che dovrebbe sempre presiedere a ogni dibattito culturale, giova in definitiva a tutte le posizioni in campo esattamente nella misura in cui predica (mi si passi il termine un po’ incongruo) il dialogo e il confronto che in definitiva è arricchimento reciproco.

Un allarme, invece, molto cogente viene d’oltralpe e ha a che fare con quel mélange di etnie e culture religiose, anche nei corsi universitari, i cui segni appaiono per il momento assai deboli nel nostro paese. La conferenza dei Rettori francesi (CPU) ha di recente emanato una direttiva  intesa a prevenire la diffusione di una intolleranza religiosa e di pretese confessionali più volte segnalate dai singoli atenei. Si tratta in particolare della richiesta di sale di preghiera e culto, di ricusazione di corsi, docenti, autori o testi ritenuti blasfemi, del rifiuto alla mescolanza dei sessi soprattutto nelle pratiche sportive, dell’osservanza di feste e ricorrenze che si vorrebbe  fosse accompagnata dalla sospensione di lezioni ed esami. Si tratta di rivendicazioni identitarie provenienti soprattutto da una parte della numerosa comunità musulmana di Francia che minacciano visibilmente la laicità dell’istituzione universitaria. I rettori hanno deliberato di non potere accedere ad alcuna di tali richieste e ciò non mancherà di provocare un aspro dibattito come quello che ha accompagnato l’emanazione della legge contro l’ostentazione di simboli religiosi.

Essendo il nostro un mondo globalizzato, nel bene e nel male, non si può rimuovere il problema presumendo che riguardi unicamente gli altri. Occorre al contrario prendere atto di queste e delle altre sfide  - la guerra, il terrorismo,la fame, il sottosviluppo - che interpellano in vario grado le pur squilibrate società occidentali e riscoprire la verità e i vantaggi di una laicità che si apre al variegato, e spesso conflittuale, mondo delle idee e delle fedi per farle interagire senza egemonie e complessi di superiorità.