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Associazione 31 OttobrePER UNA SCUOLA LAICA E PLURALISTA PROMOSSA DAGLI EVANGELICI ITALIANI
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Scambio di messaggi tra Nicola Pantaleo e Florestana Sfredda
Carissimo Nicola,
mi sono stampata e ho riletto più volte la sentenza della Corte di Appello di Perugia, in merito alla rimozione del Crocifisso da un'aula in cui si svolgevano le operazioni elettorali.
Premetto subito che la sentenza mi sembra ineccepibile sia sul piano formale, sia sul piano delle ragioni addotte. Convengo che l'aula scolastica trasformata in seggio elettorale è da considerare "mero spazio fisico, per l'occasione destinato a svolgere una funzione diversa" e convengo altresì che competa al Presidente del seggio "accertare che la sala destinata alle elezioni abbia le caratteristiche e gli arredi indispensabili per la funzione che deve assolvere". Forse, non del tutto "assorbente" affermare che la rimozione del Crocifisso non abbia determinato una certa tensione all'interno del seggio, tensione non propriamente "fisiologica"...ma comunque sempre ancora una decisione legittima da parte della Corte di Appello.
Tutto ciò sul piano della razionalità e della legalità.
Poi vi sono altri piani. Un po' meno freddamente razionali, per certo determinati dalla tristezza di veder rimosso un Simbolo della fede cristiana (non soltanto Cattolica), tristezza che si pone al cuore di una dolorosa querelle, a mio avviso tenuta viva ben più dalle battaglie interne fra una visione politica e l'altra che non dalla fede. Una querelle che mi appare tanto artificiale quanto strumentalizzata ad altri fini; che provoca in ogni caso "scandalo" (nel senso biblico del termine) in chi ravvede in quel Simbolo un segno della propria fede, segno che esige rispetto; che induce alla ribellione contro chi si accanisce contro quel segno (perchè di vero e proprio "accanimento" si tratta); che di tale battaglia si fa portabandiera; che rifiuta di ammettere che noi viviamo in un Paese cristiano, ci piaccia più o meno e ne condividiamo più o meno molte posizioni, e che questa lotta per la "laicità" è di recentissima data.
Il "laòs" era il "popolo di Dio", ci insegnavano fin dai banchi delle nostre Scuole Domenicali (Valdesi, Metodiste, Battiste o altre ancora): ma oggi la radice di "laicità" (o "laicismo"?) indica una realtà ben diversa, che con il popolo di Dio mi sembra abbia ben poco a vedere.
E infine: questo ostinato rifiuto al Crocifisso in me personalmente suscita profonda tristezza. Certo, anch'io preferisco la nuda croce, segno di Resurrezione, ma non mi sento di respingere il Crocifisso, che (già credo avertelo detto), quando lo contemplavo in qualche notte insonne da uno dei miei letti d'ospedale, mi dava comunque conforto. Era un Amico, appeso là mentre io ero stesa in un lettino. Sul Crocifisso e sui lettini d'ospedale ho scritto un paio di poesie, ma non ricordo assolutamente se tu hai quel mio volumetto. In caso contrario, ricopierò per te quelle pagine.
Concludo con un'ultima riflessione, di altro ordine, ma non meno amara: che dire di questa nostra Italia spaccata in due, grazie alla perversa logica del bipolarismo? Senza più avere una scelta fra diverse linee, ma comunque "spaccata in due"?
Caro Nico, non ti arrabbiare con me. Rimanga "stabile" la nostra amicizia, perchè anche una umana amicizia, se forte è sincera come la nostra, è senza dubbio "opera delle nostre mani"...ma sta a Dio "renderla stabile" ...e a Lui chiediamo insieme:"la grazia del Signore nostro Dio sia sopra di noi" (Salmo 90,17).
Un fraterno abbraccio, con affetto.
Florestana.
Cara Florestana,
mi rendo ben conto che la nostra diversa visione sulla vexata quaestio del crocifisso nei luoghi pubblici appartiene non a una divaricazione intellettuale (tu sei una persona colta, ottima lettrice e brillante scrittrice) ma a qualcosa di più profondo, a uno stato di sensibilità su cui è difficile, forse impossibile, intervenire con un ragionamento. La stessa tua allusione ad un'esperienza di sofferenza alleggerita dalla contemplazione del crocifisso nella tua stanza d'ospedale ne è chiara dimostrazione. Io probabilmente l'avrei vissuta in forma diversa, quasi con fastidio, come una per me insopportabile appropriazione delle suore del luogo di una dimensione universale con l'imposizione di un simbolo che ho imparato a rifiutare (non in sè, naturalmente, ma nella speculazione confessionale e nell'inflazionamento emotivo che se ne fa) da una certa iconografia barocca, grondante sangue e cosparsa di aureole dorate e forme statuarie posticce. Capisci, Florestana, è questo 'materialismo' della fede che è ancora tanta parte della devozione popolare e che mette l'oggetto in maggior rilievo (da ammirare, compatire o venerare) rispetto alla realtà trascendentale e NON RAPPRESENTABILE cui esso rimanda. Mi ricordo sempre i miei compagni di scuola cattolici 'preconciliari' che alla mia obiezione ai santi e alle loro immagini rispondevano che era come con la fotografia di un caro lontano! Insomma, crediamo o non crediamo nella presenza SPIRITUALE del Signore che è sì stato trafitto e suppliziato ma che poi è risorto e come tale dobbiamo viverlo senza indulgere troppo a un certo sentimentalismo della sofferenza? Abbiamo mai davvero bisogno di suoi simulacri, spesso macabri e medievalmente eccessivi, per credere nella sua 'familiarità' col nostro patire? Non è stato tutto il protestantesimo un movimento di denuncia di certo sensazionalismo materialistico cattolico? Perché mai dovremmo averne nostalgia? E se si può comprendere che il cattolicesimo meno avanzato (in alcune chiese moderne non c'è più traccia, grazie a Dio, degli orpelli e delle immagini) non può fare a meno di questa 'sacralizzazione' di ogni cosa terrena, perché dovremmo associarci a tale atteggiamento? Che ha a che spartire un luogo come un seggio elettorale, un'aula di tribunale, un arredo scolastico, un ufficio comunale con la meditazione religiosa che ha possibilità di esprimersi in altri luoghi e, comunque, indipendentemente da una figura o una scultura? E poi, in ogni caso, il rispetto per altre fedi o per la non fede di molti non dovrebbe da solo liquidare la questione? Se non si riconosce il valore e la funzione di un simbolo, che in quei luoghi è certamente depotenziato e incongruo, perché si deve essere obbligati a guardarlo e tenerselo?
Perdona la 'passione' e il tono da concione che non intende minimamente mettere in dubbio l'autenticità e sincerità delle tue vedute a riguardo. Io non riesco a vederla diversamente da così. Rispetto ovviamente chi non la pensa come me anche se la pretesa di imporre un simbolo di fede ad altri per me è meno sopportabile di quella di rimuoverlo, visto che a sbagliare sono stati i primi.
Ti saluto caramente,
