Jean-Jacques Peyronel

LAICITÀ, LIBERTÀ DI COSCIENZA, LIBERTÀ RELIGIOSA

(relazione presentata al Convegno dell'Associazione svoltosi a Torino il 29 settembre 2007)

 

Parlare di laicità e di libertà di coscienza è quasi una tautologia. Infatti la libertà di coscienza è storicamente la pietra angolare su cui poggia direttamente la libertà di pensiero (e di opinione) e la stessa libertà religiosa. Essa «ingloba», cioè comprende – come dice Jean Baubérot – la libertà di pensiero e la libertà religiosa.

Le tappe che hanno portato alla formazione del concetto di libertà di coscienza, di pensiero e di religione, come parte essenziale dei diritti umani, sono molte e hanno radici sia nella religione sia nella filosofia sia nel diritto. A voler procedere cronologicamente, potremmo risalire a Ur-Nammu, re di Ur, che nel 2050 a.C. creò quello che si ritiene essere il primo codice legale nella storia dell’umanità, che puniva i crimini con sanzioni in denaro e non con pene corporali, e che precede di qualche secolo il famoso Codice di Hammurabi (conservato nel Museo del Louvre a Parigi), che risale a ca. il 1780 a.C., anch’esso proveniente dalla Mesopotamia, la Terra dei due Fiumi da cui uscì Abramo per raggiungere la Terra Promessa di Canaan. Fra l’altro, nel Codice di Hammurabi è già codificata la nota legge del taglione che ritroveremo nella Torah ebraica.

Questa nozione di diritti minimi collegata alla realtà dell’essere umano in quanto tale (i cosiddetti diritti naturali) è dunque molto antica: e qui va rilevato che essi si distinguono da regole prettamente religiose proprio per il loro carattere universale e laico (nel senso appunto di non  derivante da una fonte religiosa).

Successivamente fu la filosofia greca ad affrontare in modo speculativo questa tematica dei diritti umani e dello stesso diritto naturale (il cosiddetto giusnaturalismo), con Aristotele e gli stoici in particolare.

Ma il concetto di diritti dell’uomo fu storicamente affrontato prima ancora, per la prima volta,  da Ciro il Grande, sovrano dell’Impero Persiano, nel VI secolo a.C. Nel 539 a.C., dopo la conquista di Babilonia, fa emanare un testo scolpito sul cosiddetto «Cilindro di Cirio» (rinvenuto nel 1879 tra le rovine di Babilonia e conservato al British Museum di Londra), che appare come la «prima carta dei diritti dell’uomo» per il fatto che esprime rispetto per l’uomo in quanto essere umano e promuove una forma elementare di libertà e tolleranza religiosa. Fa un qualche effetto pensare oggi che questi testi lontani precursori dei diritti umani e di quello che, 40 secoli dopo, diventerà la laicità, provengono dai Paesi che oggi si chiamano Iran e Iraq!

Poi venne la volta di Roma, del suo politeismo, e della nascita del diritto romano. Ma tra Ur dei Caldei e Roma, passando da Atene, avviene il sorgere e l’affermarsi dei grandi monoteismi, Ebraismo e Cristianesimo, a cui succederà più tardi l’Islam, le tre grandi «religioni del Libro» che ancora oggi segnano profondamente la vicenda umana e sociale del nostro mondo globalizzato. A questo riguardo, vorrei qui segnalare un’osservazione che fece il prof. André Gounelle, professore emerito della Facoltà di teologia protestante di Montpellier, in uno studio scritto nel gennaio 2005 in occasione del centenario della legge del 1905 sulla separazione tra chiese e Stato, e intitolato Dio e Cesare. Mentre a Gerusalemme il re Davide «governa in nome di Dio e sotto il suo controllo», a Roma «non è Dio che nomina Cesare ma Cesare che diventa Dio». In un  caso come nell’altro però, dice Gounelle, «religione e cittadinanza si confondono» e questa compenetrazione continua durante tutto il medio Evo e anche nel periodo classico (vedi il famoso cujus regio eius religio).

Con la prima predicazione cristiana e, alla stessa epoca, con gli stoici, si va affermando una nuova concezione dei rapporti tra Dio, lo Stato e l’essere umano. Per gli stoici, dice Gounelle, «la ragione e l’intelligenza caratterizzano l’essere umano molto di più della sua appartenenza a una collettività». E anche per il Nuovo Testamento, dice sempre Gounelle, «Dio sceglie, elegge delle persone. Fa alleanza con degli individui, e non con dei gruppi». «Non si parla più di popolo eletto o santo, ma di uomini e di donne chiamati o santificati indipendentemente dalle loro origini etniche e del loro status sociale». Se questo è vero (e io penso che Gounelle abbia ragione), abbiamo qui in nuce quella nozione di «individuo» che con l’Umanesimo, il Rinascimento e la Riforma protestante inizierà ad affermarsi. A questo si accompagna la riscoperta della ragione e il risveglio della scienza, delle arti, della filosofia (Cartesio, Newton, Leibnitz) che, dopo il periodo buio della Controriforma con le sue vittime illustri (Galilei e Giordano Bruno, per fare due soli nomi), spianerà la strada all’Illuminismo e all’avvento (persino deificato, ahinoi!) della ragione. Per cui si può senz’altro dire che la laicità come la conosciamo oggi comincia ad affermarsi con la Rivoluzione francese del 1789 e con la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino.

Non va dimenticato però che oltre un secolo prima, nel 1679, veniva emanato in Inghilterra un testo giuridico fondamentale, l’Habeas Corpus Act, che sarà poi a fondamento di tutte le successive costituzioni occidentali e che quasi tre secoli più tardi approderà alla Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite riunita il 10 dicembre 1948 al Palais di Chaillot a Parigi, che al primo articolo afferma: «Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e in diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni nei confronti degli altri in uno spirito di fraternità».

Ricordiamo che l’Habeas Corpus sancisce il diritto universale ad appellarsi presso un tribunale contro una detenzione ritenuta ingiustificata. È bene ricordarlo oggi pensando ad esempio al carcere in cui sono rinchiusi, senza processo, presunti terroristi nella base americana di Guantanamo a Cuba.

Due anni dopo la Dichiarazione dell’Onu, il Consiglio d’Europa approvava a Roma la «Convenzione (europea) per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali», che contiene il ben noto art. 9 intitolato «Libertà di pensiero, di coscienza e di religione» (in quest’ordine) che è bene citare integralmente nei suoi due paragrafi:

 

«1) Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo e la libertà di manifestare la propria religione o credo individualmente o collettivamente, sia in pubblico che in  privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti.

2) La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo può essere oggetto di quelle sole restrizioni che, stabilite per legge, costituiscono misure necessarie in una società democratica, per la protezione dell’ordine pubblico, della salute o della morale pubblica, o per la protezione dei diritti e della libertà altrui.»

 

In sostanza abbiamo qui la riproposizione a livello europeo della famosa legge francese del 1905, passata alla storia come legge della «laicità alla francese», anche se in tutto il suo articolato (44 articoli) non viene mai citata la parola «laicità». Com’è noto infatti essa si intitola «Legge concernente la separazione tra le chiese e lo Stato». Legge spesso citata a sproposito il cui nocciolo laico sta nei primi due e nel 4º articolo.

 

«Art. 1 – La Repubblica assicura la libertà di coscienza. Essa garantisce il libero esercizio dei culti con le sole restrizioni indicate qui appresso nell’interesse dell’ordine pubblico.

Art. 2 – La Repubblica non riconosce, non retribuisce né sovvenziona alcun culto.

Art. 4 – .... i beni mobiliari e immobiliari degli... enti pubblici del culto saranno... trasferiti dai rappresentanti legali di questi enti alle associazioni che, conformandosi alle regole di organizzazione generale del culto di cui esse si propongono di assicurare l’esercizio, si saranno legalmente costituite ... per l’esercizio di tale culto...»

 

Proprio questi articoli stanno a dimostrare la stretta correlazione che esiste tra la libertà di coscienza e la libertà di religione, all’insegna della laicità. E secondo questa legge tale correlazione viene garantita e assicurata proprio dalla separazione tra chiese e Stato. Separazione che, contrariamente a quanto spesso si dice in Italia, non significa affatto muro, bensì distinzione dei campi, degli ambiti: il potere politico e giuridico (quello di Cesare) appartiene soltanto allo Stato. Quello di Dio è di un’altra natura («Il mio regno non è di questo mondo») e – come sottolinea il prof. Gounelle – è comunque rivolto «a delle singole persone e non a uno Stato o a un popolo in quanto tale». L’Umanesimo, il Rinascimento, la Riforma protestante e l’Illuminismo hanno posto fine definitivamente alla «societas christiana» medioevale e nel mondo ampiamente laicizzato e secolarizzato di oggi – nonostante il cosiddetto ritorno del sacro – non ha più senso parlare di un Paese e tanto meno di un continente cristiano, come fanno invece il papa, e purtroppo anche la Chiesa luterana tedesca e non pochi protestanti riformati, parlando delle «radici cristiane» dell’Europa.

La questione della presenza delle religioni nello spazio pubblico e nella società civile è tutto un altro discorso che non può assolutamente essere confuso con il livello politico istituzionale, come fanno continuamente il papa e la Cei.

Il fattore che oggi accomuna e rende possibile la convivenza tra «il credente, il non credente e il diversamente credente» – come direbbe Gian Enrico Rusconi – è quello della cittadinanza, fattore che nel mondo laicizzato di oggi precede e si distingue da quello di religione. Anche su questo punto fondamentale la legge del 1905, con l’art. 4 (redatto dal protestante Francis de Pressensé), che considera le chiese come «associazioni cultuali» (non culturali), equiparate, a livello della società civile, a tutte le altre associazioni, ha rappresentato una tappa fondamentale del processo di laicizzazione della società. Infatti, l’azione intrecciata, a livello sociale, culturale e anche spirituale, di questa rete di associazioni costituisce l’humus sul quale può svilupparsi il «vivere insieme» delle diversità, siano esse etniche, culturali, politiche, o religiose.

Questo è, credo, la grande scommessa della laicità contemporanea che è al tempo stesso diritto, cultura, ethos, e che non ha altro fine se non  quello di rendere possibile il vivere insieme nonostante le diversità. In tale quadro, la tutela della libertà religiosa è un aspetto, importante ma non esclusivo, delle tante diversità esistenti nel mondo globale. Per questo, da un punto di vista laico, ma anche protestante, a mio modo di vedere, va combattuta con forza la pretesa della Chiesa cattolica di ritenersi l’unica depositaria della verità, della giusta etica, del giusto diritto, e così via. È una pretesa che appunto fa a pugni con un concetto rettamente inteso di laicità. Invocare una «sana laicità» come fanno tutti i papi da Pio XII in poi è solo un modo di aggirare la questione. Il punto che il Magistero cattolico non ha mai accettato nella laicità è proprio quello che sta a fondamento della stessa, e cioè la libertà di coscienza, considerata fin da Pio X come una vera e propria «peste». E a sentire certi discorsi dei teodem o teocon  di oggi, non sembra che la Chiesa di Roma abbia fatto molti progressi su questo punto.

E invece la laicità, che a parer mio non può essere ridotta a un semplice metodo, è – come dice felicemente Emile Poulat, cattolico osservante, uno dei massimi esperti francesi di laicità – «l’arte di governare 60 milioni di coscienze in libertà». Ed è chiaro che fra questi milioni di coscienze in libertà, ci sono anche quelle dei credenti che hanno scelto liberamente di far parte di una chiesa o di una qualsiasi confessione religiosa. Per questo, la laicità tout court, quella che non bisogno di nessun aggettivo per essere tale, è il miglior garante della libertà religiosa proprio perché è nata e si è affermata come garante della libertà di coscienza.