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Associazione 31 OttobrePER UNA SCUOLA LAICA E PLURALISTA PROMOSSA DAGLI EVANGELICI ITALIANI
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Religioni nella storia: la proposta dell'Associazione 31 Ottobre
di Luciano Zappella
Prima di presentarvi la proposta che l’Associazione 31 Ottobre ha fatto propria a seguito del Convegno di febbraio 2002, mi sembra opportuno dire qualcosa sulle motivazioni che stanno alla base di questa proposta e sul contesto culturale in cui è inserita. Presenterò poi la proposta, per fare alla fine alcune considerazione sugli ostacoli e le difficoltà che una proposta del genere può incontrare.
1. contesto e premesse culturali
Ne individuerei sostanzialmente due: 1) l’Europa (e quindi anche l’Italia, anche se qualcuno fa finta di non accorgersene) presenta ormai uno scenario post-ideologico e post-cristiano: da un lato, il bipolarismo di ieri è diventato sempre più evanescente e al suo posto si assiste ad un rimescolamento di posizioni diverse che faticano a trovare una sintesi feconda; dall’altro, il monoconfessionalismo (nelle sue varianti cattolica e protestante) ha lasciato il posto ad un pluralismo religioso, dovuto non soltanto all’ondata migratoria, ma anche allo sgretolamento delle identità individuali e collettive che, nella società postmoderna, non sono più legate all’appartenenza religiosa (o non solo a quella). In poche parole, si può dire che in Europa diventano sempre più labili le frontiere tra culture diverse, tra fedi diverse, tra stili di vita diversi, tra scelte etiche diverse, tra identità diverse. 2) L’altra premessa è il sempre più diffuso multiculturalismo: questo fenomeno può essere demonizzato o esaltato, ma resta il fatto che non si tratta di una bizzarria della storia, bensì di un processo sociale che va interpretato e gestito. Forse manca ancora una cultura multiculturale. E questo mi sembra la sfida più impegnativa per la democrazia europea e italiana, perché la sacrosanta difesa della propria identità non può prescindere dal rispetto delle identità altrui.
È chiaro che in un panorama come questo, la scuola è chiamata a svolgere pienamente il ruolo che le è proprio. Qual è questo ruolo? Si dice comunemente che compito della scuola è quello di formare i cittadini di domani. L’affermazione, nonostante sia a pericoloso rischio di vuota retorica, continua ad avere la sua validità. Per formare cittadini, la scuola, attraverso le varie discipline, ha il compito di istruire educando, deve educare alla conoscenza, quindi alla libertà dello spirito. Ma la conoscenza, come ben dimostrano gli ultimi libri di E. Morin, non è più qualcosa di monolitico e di statico; la conoscenza oggi non può che indicare il carattere inconcluso di ogni sistema cognitivo. Certo, non è solo la scuola a dovere svolgere questo compito, ma non si può negare che la scuola sia per le giovani generazione la prima palestra di conoscenza e di democrazia.
Cosa c’entra in tutto questo la conoscenza del fatto religioso? Qui non si tratta soltanto della constatazione, ovvia, del ruolo svolto dalla religione nella storia e nella cultura europea e mondiale. Questo è un dato di fatto che, penso, nessuno mette in discussione. Quello su cui invece, secondo me, non si riflette abbastanza è il fatto che l’educazione critica del cittadino di domani non può limitarsi ad impartire dei saperi strumentali basati sulla razionalità scientifica e tecnologica; questi vano benissimo, per carità, e sono essenziali, ma non possono essere trascurati anche i cosiddetti saperi simbolici, sennò c’è il rischio che si continui a considerare come secondari, come qualcosa di non degno di essere studiato, tutto quell’insieme di fenomeni, di simboli, di riti e di comportamento che rientrano nell’ambito religioso. Di conseguenza, a scuola il fatto religioso deve diventare oggetto di sapere, né sotto né sopra altri saperi, ma accanto, con pari dignità epistemologica e metodologica. Il fatto religioso interessa alla scuola in quanto cultura. Perché questo possa avvenire sono necessarie due condizioni: la deconfessionalizzazione dell’insegnamento religioso (sia a livello contenutistico-metodologico sia a livello organizzativo) e un’adeguata preparazione dei/delle docenti.
Ma c’è un altro motivo che fa sentire la sempre maggiore urgenza di un insegnamento del fatto religioso a scuola. Una scuola veramente laica e democratica (e dietro ad essa uno stato laico e democratico) non può ignorare che, in una situazione pluralistica e multiculturale come la nostra (che spesso fa rima con disorientamento e confusione), è importante una conoscenza del fatto religioso nel suo prodursi storico anche per la rifondazione di una paideia del cittadino europeo. È necessario che il fatto religioso esca dal recinto dello spettacolo superstizioso o dalla polvere dei musei, per di diventare oggetto di conoscenza. Non mi illudo che questo basti a rendere meno clamorosa l’ignoranza che molti italiani dimostrano in campo religioso, ma un insegnamento di questo tipo può consentire uno sviluppo del senso critico.
2. la proposta
È in questo ambito che ha preso corpo la proposta della 31 Ottobre. Come dicevo all’inizio, la proposta è frutto di un convegno che si è svolto a Torre Pellice nel febbraio scorso (Nuove frontiere della laicità). La proposta può essere sintetizzata in questo modo. All’interno della discussione tra il fronte dei trasversalisti (cioè i sostenitori di un insegnamento trasversale diffuso in tutte le discipline, perlomeno quelle che lo consentano) e dei disciplinaristi (i sostenitori di una specifica disciplina che affronti in chiave laica lo studio del fatto religioso), come Associazione 31 ottobre siamo convinti che sia giunto il momento di avanzare una specifica proposta disciplinare, senza naturalmente escludere, anzi presupponendo, che l’insegnamento trasversale debba essere considerato implicito nello statuto disciplinare delle materie che lo consentano. Quali i requisiti di questo insegnamento?
1. curricolarità. Dovrebbe trattarsi di un insegnamento obbligatorio e curricolare, cioè previsto nel curriculum formativo di tutti gli studenti, indipendentemente dal fatto che si avvalgano oppure no dell’IRC. Dunque non un insegnamento alternativo all’ora confessionale, una specie di doppio binario, ma, proprio in quanto formativo sul piano culturale, un insegnamento curricolare, obbligatorio e rivolto a tutti (non come l’attuale ora alternativa, che ha mostrato tutto il suo fallimento).
2. deconfensionalizzazione. Dovrebbe essere insegnato da un corpo docente che non abbia alcuna ipoteca confessionale (il che non esclude ovviamente l’appartenenza confessionale), ma che si sia formato nei canali ordinari previsti per i docenti della scuola.
Il problema centrale è quello del taglio culturale da dare a questa disciplina. Quali contenuti? Le ipotesi sul tappeto possono essere almeno tre:
a) Taglio etico-religioso: un confronto sui grandi valori che le religioni propongono, una ricerca di senso, la religione come promotrice di valori morali e finalità esistenziali. Come 31 Ottobre temiamo che una simile impostazione possa rappresentare una ricaduta inevitabile nella dimensione confessionale, oltre a far assumere all’insegnamento un carattere etico che alla scuola non compete (già c’è troppo stato etico in Italia).
b) Taglio letterario-esegetico-ermeneutico: Lo studio dei testi letterari fondanti delle grandi religioni. E’ questa in sostanza la proposta di un’associazione come Biblia. Più convincente questo taglio, tuttavia anche i testi sacri hanno un loro carattere normativo che potrebbe non essere semplice sormontare. Interdisciplinarietà con italiano.
c) Taglio storico-fenomenologico e comparativistico. E’ la proposta che come associazione sosteniamo. Potrebbe essere una disciplina che studi l’aspetto storico-fenomenologico delle tre grandi religioni, ebraismo, cristianesimo, islam che oggi sono presenti in Italia. Più che una storia delle religioni, dovrebbe definirsi come le religioni nella storia, cioè l’impatto che le grandi religioni monoteistiche hanno avuto nella storia dell’umanità. Ci sembra questo l’approccio più laico e deconfessionalizzante, proprio per evitare una fuga nella metafisica e articolare il rapporto tra teologia e storia. Dunque le religioni nella storia, cioè i fatti ed anche i misfatti delle religioni nella storia.
4. A seconda della sua praticabilità politica, nella nostra proposta quest’ora potrebbe anche intendersi come un’espansione della cattedra di storia, cioè un incremento istituzionale di un’ora o due settimanale della cattedra di storia.
3. le difficoltà
1. La difficoltà più ovvia deriva dall’attuale regime concordatario. Molti sostengono che finché non si supera il Concordato non c’è spazio per proposte alternative. Questo è vero, ma è anche vero che questo può diventare un alibi, perché non si vede proprio come il regime concordatario potrebbe cambiare in tempi brevi.
2. La seconda difficoltà riguarda l’applicabilità della proposta nelle scuole elementari e medie. Mentre il discorso dei disciplinaristi è valido per le superiori, sembra che sia più convincente il discorso dei trasversalisti per la scuola elementare e la scuola media, dove le discipline non sono così centrate a compartimenti chiusi. Si potrebbe prevedere una duplice figura: la generalista come insegnante di quei due ordini di scuola e la specialista per le superiori.
3. Formazione dei docenti: laurea in scienze religiose (cfr. La Sapienza).
4. Situazione dell’attuale politica scolastica
Milano, maggio 2002
