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Associazione 31 OttobrePER UNA SCUOLA LAICA E PLURALISTA PROMOSSA DAGLI EVANGELICI ITALIANI
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Luciano Zappella
DEFICIT DI LAICITA' NELLA RIFORMA MORATTI: IL SECONDO CICLO
(relazione tenuta al convegno di Velletri 2004)
1. I deficit di laicità: il contesto
Recentemente si sono verificati dei fatti che definirei inquietanti in ordine al tema della laicità. Sarà il terrorismo islamico, sarà la questione delle radici culturali dell’Europa, sarà la discussione scatenata dalla legge sulla procreazione assistita, sta di fatto che mai come in questi ultimi tempi vale per molti il calembour inventato da Marco Rostan: Laicità vo cercando ch’è sì cara….
a) Buttiglione pensa che l’omosessualità sia un peccato, ed è liberissimo di pensarlo, e nessuno ha il diritto di discriminarlo per questo. Se però dice queste cose in una sede politica, cioè pubblica, cioè per sua natura laica, allora il discorso cambia, e di molto. Dopo essere stato silurato, ha avuto la spudoratezza di affermare: almeno questa vicenda ha costretto l’Europa a parlare di fede! A me sembra si sia parlato, più che altro, di intolleranza, ma tant’è.
b) Tra la varie voci levatesi in difesa di Buttiglione, mi ha fatto impressione quella del card. Martino, quando dice che «la voce del papa e della chiesa cattolica vengono deliberatamente fatte sparire, sommergendole nel frastuono e nel baccano orchestrati da potenti lobby culturali, economiche e politiche mosse prevalentemente dal pregiudizio verso tutto ciò che è cristiano (non era meglio dire: cattolico?). Basta pensare, aggiunge, alla disinvolta e allegra maniera con cui queste lobby promuovono tenacemente la confusione dei ruoli nell’identità di genere, sbeffeggiando il matrimonio tra uomo e donna, sparando addosso alla vita fatta oggetto delle più strampalate sperimentazioni». Parole di fronte alle quali il Pio X avversario del modernismo avrebbe fatto la figura del dilettante. Mi chiedo cosa avrebbe detto il cardinale se fosse vissuto nell’impero romano precostantiniano. Quelle sì che erano persecuzioni serie. E infatti il cristianesimo era molto più serio! Tanto è vero che Amos Luzzatto (uno che di persecuzione e discriminazioni un po’ se ne intende, anche direttamente) ha risposto nel modo più sensato: «Sono accuse generiche, parole senza supporto concreto. Dica a chi si riferisce: nomi e cognomi; altrimenti chiunque può essere indicato come nemico della religione o del genere umano». Dante avrebbe detto: non ti curar di lor, ma guarda e passa.
c) Il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, a proposito dell’ora di religione cattolica, sviluppa una sorta di sillogismo: la scuola non può insegnare senza educare, la domanda religiosa fa parte della persona, ergo: la scuola deve farsene carico. Poi aggiunge che l’IRC deve essere pluralista, deve insegnare le altre religioni, deve essere aperto al dialogo e via dicendo. Ma io ho l’impressione che le gerarchie cattoliche dicano questo perché cominciano a spaventarsi della percentuale sempre crescente, specialmente nelle grandi città, di studenti che non frequentano l’IRC. I vescovi dicono: siccome l’IRC non è catechismo, ma incontro con le altre fedi, allora dovrebbero partecipare tutti. Ma di fatto non è così. Se è vero, come è vero, che la dimensione religiosa riguarda tutti ed è parte importante dell’identità personale e collettiva (e quindi ha anche una dimensione culturale e storico-politica), allora l’insegnamento deve essere garantito a tutti; se deve essere garantito a tutti, deve essere aconfessionale, mentre invece è appaltato ad una confessione, con tanto di stipendio e di ruolo. Non basta la foglia di fico dell’interdisciplinarità e del dialogo per uscire da questa palese contraddizione. E allora ecco il card. Ruini sostenere che la scuola deve «privilegiare una corretta visione antropologica, al servizio della verità nella carità, finalizzata a impedire al pluralismo di tramutarsi in confuso relativismo» (Intesa CEI-MIUR del 28 maggio 2004). Dove è sottinteso che la corretta visione antropologica è quella cattolica (vedi Buttiglione) e che solo l’insegnamento cattolico evita che il pluralismo si trasformi in relativismo. Anche qui non è il caso di commentare.
d) Laicismo alla francese: la commissione Stasi parte da principi condivisili, ma giunge a delle conseguenze errate. Mentre afferma la tutela della libertà di credere in qualsiasi religione o di non credere in nessuna religione, poi vieta la possibilità di esprimere la propria fede anche attraverso dei simboli «ostensibles», cosa che mi sembra contraddittoria. Mi sembra che si definisca laicità ciò che invece è laicismo.
2. I deficit di laicità: la riforma Moratti
Della Riforma per la secondaria superiore si può dire poco. Siamo tutti qui in attesa che le teste pensanti incaricate dal Ministero facciano scendere su di noi le indicazioni nazionali per la secondaria. In ogni caso, per quanto riguarda i deficit di laicità insiti nella riforma Moratti, vorrei soffermarmi su due punti che la dicono lunga sulla visione che sta alla base dell’impianto generale.
1. Nell’art. 1 del DL 59 del 19/2/2004, dedicato alle finalità della scuola dell'infanzia, viene enunciato il principio secondo cui la scuola dell'infanzia concorre «allo sviluppo affettivo, psicomotorio, cognitivo, morale, religioso e sociale delle bambine e dei bambini».
Se le parole hanno un senso, ci si può legittimamente chiedere come facciano a raggiungere lo sviluppo morale e religioso quei bambini (e ce ne sono) che anche alla scuola d’infanzia non frequentano l’ora di religione. Delle due l’una: o non lo raggiungono (e allora c’è una discriminazione) oppure devono seguire l’ora di religione (e c’è un’altra discriminazione non meno grave).
Prima ancora però c’è la famosa legge delega 53 del 28 marzo 2003, cioè il testo che fissa i principi e i criteri direttivi dell’istruzione pubblica e quindi i principi che valgono per ogni ordine di scuole, declinati didatticamente in modo diverso, ma validi per tutti in quanto criteri generali. All’art. 2, comma b, si dice: «Sono promossi il conseguimento di una formazione spirituale e morale, anche ispirata ai principi della Costituzione, e lo sviluppo della coscienza storica e di appartenenza alla comunità locale, alla comunità nazionale, alla civiltà europea».
Si chiude sulla civiltà europea, come con essa si esaurisse il discorso. Al di là di questo, che comunque non è poco, risulta piuttosto inquietante quell’anche riferito alla Costituzione, che lascia chiaramente intendere il ruolo accessorio se non secondario della Costituzione. La sensazione di tale non unicità è confermata da quei due aggettivi spirituale (sinonimo di religioso?) e morale che nel testo vengono prima della Costituzione. E siccome in Italia religioso fa rima con cattolico, al suddetto card. Ruini non è parso vero di affermare che la riforma Moratti va nella direzione «dello sforzo di dare rilievo al ruolo della famiglia e al compito educativo della scuola stessa ed è in sintonia con quella concezione umanistica dell'educazione a cui si è sempre ispirato il pensiero cattolico».
Il principio è pericoloso perché mettere insieme la formazione morale e religiosa significa, di fatto, far passare l’idea che la qualità di una posizione etica si misuri sulla base di un’appartenenza religiosa, per cui non c’è etica se non con riferimento a principi religiosi, come se la morale laica fosse in qualche modo imperfetta. Questo però, al massimo, lo può dire un prete, non una legge dello stato (laico fino a prova contraria). Quando la Costituzione (art. 34) afferma che «la scuola è aperta a tutti», vuole dire, mi sembra, che suo compito non è quello di inculcare né una morale di stato né una morale di parte (cattolica, protestante o buddista che sia). In poche parole, compito della scuola non è di formare dei cittadini buoni (questo spetta ad altri), ma dei buoni cittadini. Qui invece si fa riferimento a principi metafisici che poco hanno a che fare con le finalità della scuola. Se la scuola pubblica ha come finalità la formazione morale e spirituale, è una scuola che si concepisce come detentrice della verità, una scuola che si nutre di certezze, una scuola dominata da un pensiero unico e di parte.
2. L’allegato D del Decreto Legislativo del 19-02-04 sul primo ciclo della scuola contiene Il profilo educativo, culturale e professionale dello studente alla fine del primo ciclo di istruzione (6-14 anni)”. Anche questo documento è importante perché contiene i principi generali cui le scuole dovrebbero attenersi nella stesura del POF (Piano dell’Offerta Formativa), fatta salva la loro autonomia per i contenuti e lo svolgimento del progetto educativo (straremo poi a vedere cosa succederà quando le scuole passeranno sotto le regioni).
A parte alcune stranezze nella formulazione (per esempio: l’espressione profilo di uscita di solito si usa in relazione ad una professionalità definita e non per una parte comune della formazione generale; l’aggettivo “professionale” che lo accompagna che non corrisponde affatto alle finalità formative di un primo ciclo dell’istruzione), a parte il linguaggio usato (spesso moraleggiante, tutto all’indicativo con un tono fin troppo assertorio), a parte una certa impressione di eccessiva sicurezza come se l’educazione non fosse qualcosa di più complesso, a parte la sensazione di astrattezza (che però è tipica di documenti di questo tipo), a parte tutto questo c’è un punto su cui val pena soffermarsi.
Nella seconda parte del testo, quella dedicata agli Strumenti culturali, si dice: «il ragazzo ha consapevolezza, sia pure in modo introduttivo, delle radici storico-giuridiche, linguistico-letterarie e artistiche che ci legano al mondo classico [poi però si cancella la storia antica dalla scuola media] e giudaico-cristiano e dell’identità spirituale e materiale dell’Italia e dell’Europa; colloca, in questo contesto, la riflessione sulla dimensione religiosa dell’esperienza umana e l’insegnamento della religione cattolica, impartito secondo gli accordi concordatari e le successive intese.»
L’ultima frase è particolarmente grave perché, in modo soft, ma non meno grave, a dispetto del Concordato del 1984, ma soprattutto a dispetto della situazione di pluralismo religioso e culturale che caratterizza sempre più le aule italiane, configura nei fatti un ritorno all’obbligatorietà dell’IRC. Anche qui vale il discorso fatto sopra. Chi non si avvale dell’IRC come fa a collocare nel contesto della «riflessione sulla dimensione religiosa dell’esperienza umana» l’insegnamento della religione cattolica? E poi perché la «riflessione sulla dimensione religiosa dell’esperienza umana» deve essere connotata soltanto in senso cattolico e non tiene conto invece di altre esperienze ugualmente significative?
Non contenti di questo, al 6° punto della sintesi finale si dice che il ragazzo deve: «avvertire interiormente, sulla base della coscienza personale, la differenza tra il bene e il male ed essere in grado perciò di orientarsi di conseguenza nelle scelte di vita e nei comportamenti sociali e civili.»
Anche qui siamo di fronte ad un’affermazione pericolosamente a metà strada tra il teologico e il moralistico. Mi sembra che continui ad aleggiare quell’atmosfera da Stato etico che da un po’ di tempo a questa parte sembra avvolgere molti spazi della sfera privata e individuale (cfr. per esempio la legge sulla procreazione assistita). Più che insegnare la differenza tra il bene e il male la scuola dovrebbe educare alla cittadinanza, alla responsabilità, al dialogo, allo spirito critico, alla libertà del pensiero. Stando così le cose, è ovvio che Ruini ha colto subito la palla al balzo: infatti dice che l’insegnamento della religione cattolica deve essere «armonicamente integrato nel sistema scolastico e dinamicamente idoneo a interagire con le altre discipline». Si notino gli avverbi e i verbi: in un colpo solo si buttano nel cestino decenni di battaglie per la difesa del carattere laico della scuola pubblica. Come diceva Nicola Pagano su Riforma del 30 luglio 2004: «qui è delineato un progetto totalizzante che, a partire dall’IRC e attraverso l’interazione con le altre materie, si propone di orientare, influenzare, plasmare tutta l’attività didattica e la formazione degli alunni alla luce dell’antropologia cristiana, della verità e dei valori cattolici».
3. Scuola laica – scuola di laicità
Questo è lo scenario non certo esaltante in cui si vuole confinare la scuola italiana. In questa terza parte, vorrei suggerire degli spunti di riflessione che non hanno né la pretesa dell’originalità né quella della completezza. Vogliono più semplicemente avviare un dibattito. A partire da una premessa che secondo me è irrinunciabile: solo una scuola laica può essere scuola di laicità. Ovviamente, lungi da me l’idea che la laicità sia un’ideologia da insegnare o peggio ancora da inculcare. Qui non si tratta di inculcare un’ideologia (questo è laicismo), ma di mettere in atto una sorta di ecologia delle mente, che significa in sostanza questo: che le menti non vanno riempite perché funzionino, ma si riempiono quando funzionano. La scuola non dovrebbe preoccuparsi di avere delle teste piene, ma delle teste che funzionano, cioè che sappiano ragionare. Attenzione a come si usa la mente significa attenzione continua alla genesi di pensieri. Solo così sarà possibile il sapere come responsabilità e non come semplice conoscenza, perché il sapere – oggi più che mai – si ricompone intorno ad un problema e non intorno ad un oggetto.
Non a caso, oggi si insiste molto nella pratica didattica sulla distinzione tra l’apprendimento (cioè il risultato, la prestazione misurabile) e l’apprendere (cioè, il processo, lo stile del pensiero). Con un gioco di parole si potrebbe dire che, apprendendo, io apprendo ad apprendere una nuova sezione di contenuti. In una situazione come quella di oggi, caratterizzata dalla flessibilità, in cui non si può prescindere dalla necessità della formazione continua, dell’apprendimento continuo, per il semplice motivo che le competenze sono sempre più provvisorie, il sapere non può essere concepito come un dato acquisito una volta per tutte, ma è un processo in continua evoluzione (è forse per questo che si è voluto eliminare l’evoluzionismo?). Lo stesso vale per l’identità, individuale e collettiva, che è ridefinizione continua, non una conquista definitiva e immutabile. Questo non è relativismo nichilista, ma realismo.
In questo senso si dice che i saperi hanno una funzione orientativa e che le discipline sono codici diversi per la lettura del mondo: attraverso il linguaggio delle discipline bisogna accettare di porsi dei problemi.
Ora, tutto questo mi sembra aver molto a che fare con la laicità intesa come stile del pensiero. Ecco perché laicità della scuola.
- Laicità della scuola: la scuola è spazio pubblico per eccellenza. Per spazio pubblico intendo un luogo in cui le differenze vengono riconosciute, valorizzate e, soprattutto, argomentate. La scuola pubblica è quella in cui tutti, e sottolineo tutti, devono sentirsi a casa propria. Ma la scuola, per essere veramente pubblica nel senso appena detto, deve essere “laica”. La scuola laica è una scuola in cui nessuno avanza privilegi corporativi o confessionali, in cui nessuno ha la pretesa di parlare a nome degli altri, in cui il sapere viene concepito e quindi insegnato nella sua dimensione di naturale incompletezza (che è altra cosa rispetto al relativismo conoscitivo). La scuola laica è una scuola che non delega ai professionisti del senso (e peggio ancora del sacro) la propria funzione educativa, che non rinuncia allo spirito critico, neppure sul proprio operato (che è altra cosa rispetto al relativismo etico che temono i vescovi). La scuola laica non ha altra verità se non la consapevolezza che la verità si raggiunge attraverso strade diverse, tortuose, spesso contraddittorie, che il raggiungimento della verità è una tappa sempre provvisoria. Infine, una scuola laica è quella che non considera il fatto religioso come un ambito che riguarda soltanto la sfera del privato, ma non lo considera neppure come la cornice del proprio ruolo educativo e delle proprie scelte didattiche. Alla faccia della religione cattolica che deve essere armonicamente integrata nel sistema scolastico, come dice Ruini.
- Scuola della laicità: Solo se la scuola è autenticamente laica, potrà essere maestra di laicità. Essa dovrà pensarsi come spazio laico per abituare a pensare in termini veramente laici. Ciò significa, in estrema sintesi, mettere al centro la laicità dell’educazione come educazione alla laicità e far passare dalla tolleranza ingenua e superficiale alla conoscenza argomentata delle differenze, da una «laicità di incompetenza ad una laicità di intelligenza» (Debray). Solo uno stato laico genera una scuola laica, ma solo una scuola laica genera uno stato (cioè cittadini) laico.
