Sintesi degli interventi al convegno di Torre Pellice, febbraio 2002

 

Nella cornice austera e solenne dell’aula sinodale di Torre Pellice, dove è confluito dalla sala precedentemente designata  che è apparsa immediatamente insufficiente, il numeroso pubblico richiamato dal Convegno Nuove frontiere della laicità, promosso dall’Associazione XXXI Ottobre per una scuola laica e pluralista si assorbe piuttosto bene la doccia fredda della notizia che l’on. Valdo Spini, relatore di prestigio, non ci sarà. Impegni politici improrogabili. Tutti sanno in effetti delle difficoltà dell’Ulivo e dunque è ragionevole pensare che questa volta non si tratta del consueto forfait di relatori molto impegnati. Peccato che non si potrà sapere da un uomo politico navigato che cosa avrebbe detto nell’intervento dal titolo promettente Scuola, chiese e società tra pubblico e privato. Per la verità il disappunto è stato ‘digerito’ anche per merito del relatore sostitutivo, il pastore Franco Giampiccoli, che con grande generosità ha acconsentito a subentrare, nonostante il breve preavviso ricevuto. E non ha deluso le aspettative, come si diceva. La sua relazione è apparsa subito come il frutto maturo di una lunga riflessione sul tema della laicità, consumata negli incarichi di prestigio ricoperti nella Chiesa Valdese e in generale nel mondo protestante, nelle pubblicazioni, negli interventi pubblici, ma ancor più, appassionatamente, in una intera esistenza spesa al servizio dell’annuncio evangelico della libertà e della giustizia. Non ha deluso anche perché ha saputo cogliere ed evidenziare i ‘punti caldi’ del dibattito pluridecennale sulla dialettica tra i poteri pubblici, i cittadini e le chiese in tema di rispetto reciproco delle rispettive sfere di competenza. Questa rivisitazione lucida e, al tempo stesso, coinvolgente delle tappe di un cammino complesso e conflittuale ha costituito, oltre alle argomentazioni in sé sempre attuali, una premessa estremamente utile al discorso più ‘politico’ svolto dall’altra relatrice. Ma andiamo con ordine e vediamo, senza alcuna pretesa di esaustività, quelli che a mio avviso sono stati i passaggii nodali della relazione del pastore Giampiccoli.

Una ricognizione dei caratteri fondamentali della laicità così come questa è stata vissuta negli ultimi cinquant’anni nel nostro paese ne individua agevolmente quattro:

– la neutralità dello stato in materia religiosa, sancita nella Costituzione repubblicana, ma frutto anche di un lungo interrogarsi sui limiti del potere ecclesiastico che risale alla fase post-risorgimentale e che ha avuto con il fascismo e i Patti Lateranensi una forte battuta d’arresto; la metafora usata da Giampiccoli è quella di una sorte di codice della strada, indipendente e asettico, che si limita a osservare e controllare che non vi siano trasgressioni da nessuna parte. In effetti anche dopo l’abolizione della confessione di stato, intervenuta con il Concordato Craxi-Poletti del 1984, si è assistito al diffondersi, spesso impalpabile e surrettizio, di un “confessionismo strisciante” che si è innestato su una antica tradizione di rivendicazioni corporative della Chiesa cattolica.

– la criticità intesa come metodo che si contrappone a ogni forma di dogmatismo e che consiste in particolare nel rifiuto di ammettere che una parte del sapere umano sia sottratta all’analisi critica. Il complesso rapporto tra fede e ragione si ritrova interamente in questo ambito della laicità.

– il pluralismo che è l’antitesi della monocultura, cara a molta parte del pensiero cattolico. Una scelta pluralista non rinnega le proprie peculiarità ma ritrova nella unione di tradizione e dialogo il terreno di una compiuta realizzazione della propria identità. Naturalmente il rischio sempre incombente è quello del relativismo, del sincretismo, del secolarismo. Ma è anche da evitare una confusione con il pluriconfessionalismo, quello che sottende all’insturarsi di concordati e intese: il pluralismo è ben altra cosa.

– la profanità che ripudia ogni tentazione o pretesa di sacralizzare la realtà secolare e riconosce l’autonomia e la responsabilità di ogni campo dell’attività umana. Se Dio solo è il sacro, occorre rassegnarsi alla creaturalità e fallibilità della dimensione terrestre dell’esistenza. Il salmo 115 in ciò è estremamente eloquente: la distinzione tra cielo e terra è netta e recisa. Ma anche in Giovanni ritroviamo insistente e perentorio il richiamo all’immanenza: il Logos è stato fatto carne.

Da queste premesse discendono due visioni di fondo e assolutamente alternative su come le chiese si sono relazionate e seguitano a relazionarsi con la laicità.

Il protestantesimo si riconosce pienamente nei quattro attributi della laicità. Con qualche eccezione, come talune prese di posizione di Lutero e Melantone intorno al diritto dei principi di interferire con le scelte religiose delle popolazioni, il pensiero protestante ha inteso la storia come una progressiva emancipazione dall’autorità e ha fondato la sua “ideologia” sull’indipendenza della chiesa dallo stato. Si può dunque parlare di un legame organico della Riforma con i principi della laicità.

Il cattolicesimo, al contrario, si è sempre mosso in una dimensione di contrasto organico con i dettami della laicità. Il suo approccio del tutto diverso al binomio profanità/sacralità si è caratterizzato per un costante tentativo di sacralizzare ogni ambito umano con il proposito di egemonizzarlo e “riscattarlo”. Di fronte al bivio tra responsabilità e ubbidienza la Chiesa romana ha scelto sempre l’ubbidienza.

 

Il secondo intervento del Convegno ad opera di Elena Bein su Educazione interculturale e studio del fatto religioso in una scuola laica e pluralista ha preso le mosse dal discorso precedente per dichiararne la forte e attualità. Dunque le vecchie frontiere della laicità coincidono in larga misura con le nuove e in effetti la situazione italiana di deficit cronico di laicità non è gran che mutata, anzi tende a peggiorare e incancrenirsi. I sintomi sono molteplici e allarmanti. L’unico punto di dissenso con la concezione della laicità tratteggiata dall’altro relatore è stato attorno all’identificazione della posizione dello stato con un atteggiamento di non intervento, di oggettivo distacco: una visione da correggere nel senso che le autorità pubbliche non possono essere indifferenti alla problematica religiosa anche se non devono interferire e privilegiarne alcuni aspetti e soggetti per un calcolo di convenienza. Scandendo lo slogan paradossale “Babele è l’ideale di patria”. Elena Bein ha sostenuto che il pluralismo è, intanto, un fatto, una realtà con cui fare i conti tutti i giorni. La città è sempre più una comunità plurale, arricchita e rinsanguata dalle varie culture dell’immigrazione. Ma l’arricchimento si accompagna frequentemente a nuove lacerazioni. Come dunque gestire il pluralismo nella città plurale senza cedere alle spinte irrazionali della xenofobia e dell’integralismo?

È questa la sfida del nostro tempo su cui si misura in gran parte il tasso di laicità dei soggetti deputati a intervenire. L’universalismo della cittadinanza è uno spazio pubblico regolato da un quadro di leggi e principi di base condivisi in un ideale regolativo comune dove le differenze non sono ignorate o annullate e le identità diverse si confrontano paritariamente attraverso forme di negoziazione. Per descrivere questo processo, alcuni pensatori del nostro tempo hanno coniato formule di grande pregnanza come “consenso per intersezione”, “solidarietà tra estranei”, “patriottismo civico”, “scena pubblica polifonica”.

Lo schema  liberale classico  immaginava lo spazio pubblico laico come una “scena vuota” che non poteva contemplare/ attori ideologici come le religioni, considerate affari di coscienza interamente relegate alla sfera del privato, mentre, al contrario sono “risorse di senso”disponibili per l’intera società. Invece, la “voglia di comunità” diffusa nel nostro tempo presuppone spazi pubblici “affollati”ma in senso diametralmente opposto alle piccole patrie, alle etnie autoghetizzate (il richiamo qui è palesemente alla Lega di Bossi). Ma lo spazio pubblico plurale non può e non deve essere colonizzato. E’ questa la grande tentazione, costantemente riproducentesi, del modo di concepire questa opportunità di convivenza da parte della Chiesa cattolica. La neutralità dello stato in questa visione può effettivamente essere positiva ma solo se è concepita come punto di arrivo. Si potrebbe affermare con una espressione concisa: “religioni né invisibili né arroganti”. Una concezione di questa natura non demonizza gli stessi fondamentalismi, non li esclude a priori dalla negoziazione, perché solo evitando atteggiamenti pregiudiziali di esclusione si possono neutralizzare le spinte più distruttive.

In questo quadro la scuola costituisce lo spazio pubblico per eccellenza, una palestra di “pluralismo agito”, luogo di “apprendimento della cittadinanza”. L’interculturalità che dovrebbe esserne una componente fondante, deve essere concepita come una opportunità di conoscere e approfondire la propria  identità oltre che esplorare quelle altrui con atteggiamento di apertura e onestà mentale??Ma bisogna guardarsi da una diffusa “retorica multiculturalista”che proietta sulle culture aliene una luce di curiosità folcloristica, come di un fenomeno sociologicamente interessante, senza che si determini la necessaria reciprocità conoscitiva, lo scambio. In questa luce  il confronto interreligioso assume una rilevanza assolutamente basilare ed è quanto mai preoccupante che la conoscenza del fatto religioso pluralistico sia la grande assente anche nel progetto di riforma della scuola, peraltro globalmente pericoloso e reazionario, dell’attuale amministrazione Moratti. Il rischio maggiore è che si torni a chiudersi in uno sterile dibattito tra confessionalismo, impegnato in un processo di “de-secolarizzazione”, di fatto ri-confessionalizzazione,  e un laicismo ostile o indifferente alla questione religiosa, che si limita a predicare l’esclusione tout court delle religioni dalla scena pubblica. All’interrogativo sul modo di introdurre il fatto religioso nella scuola pubblica Bein indica una duplice strada: lo studio delle religioni nella storia o lo studio della cultura religiosa in un’ottica fenomenologia (“giardino recintato”), propendendo decisamente per il primo.

 

Nel breve dibattito che è seguito si sono richiamate l’”enfasi tecnologica” della scuola dell’era Moratti, che va a scapito della dimensione umanistica, e la necessità di inserire il tema della globalizzazione in una riflessione di questa natura. Si è inoltre sostenuto che la laicità non è semplicemente un contenitore o un metodo, come sembrava la intendesse Giampiccoli, ma un contenuto in sé, un contenuto di democrazia impregnato di un rifiuto della gerarchia.    

La prevista discussione in gruppi che è seguita il sabato mattina a ranghi più ristretti ha affrontato la duplice questione di una proposta concreta sull’insegnamento delle religioni formulata da Marco Rostan e del ruolo dell’Università in relazione alla formazione degli insegnanti, riflessione suggerita da chi scrive. In realtà l’assemblea ha preferito affrontare i due temi unitariamente, anche se poi il dibattito ha privilegiato il primo. Un primo aspetto che è emerso dagli interventi è che tra le tre soluzioni per un insegnamento specialistico prospettate da Rosanna Ciappa – un approccio storico-fenomenologico, un confronto culturale sui valori, una lettura esegetico-ermeneutico-letteraria dei libri sacri – la propensione maggioritaria è andata a un insegnamento storico delle religioni anche se le alternative della presenza diffusa o trasversale nelle varie discipline e dell’insegnamento dei libri rivelati come la Bibbia hanno trovato eloquenti e convinti sostenitori. Anche se l’attuale congiuntura politica appare tutt’altro che propizia, si è stati concordi nel ritenere che una proposta concreta come quella Rostan può avere un valore di utile “provocazione” e, in ogni caso, di necessaria testimonianza degli evangelici italiani nel sostanziale immobilismo che caratterizza la questione della laicità e del pluralismo nella scuola.

Un apporto di natura giuridico-istituzionale è venuto dal preside Russo che ha richiamato l’opportunità di fare riferimento a un ambito disciplinare piuttosto che a una ora aggiuntiva di insegnamento storico-religioso, il che potrebbe rendere praticabile la proposta anche nell’attuale assetto legislativo. Un invitato di prestigio, il Prof. Carlo Ottino, animatore del Comitato torinese per la laicità della scuola e direttore della rivista trimestrale Laicità, che ha riaffermato una concezione “aperta” della laicità, contenitore ma anche valore in sé e soprattutto suscitatrice di valori e ha dichiarato un no al relativismo ma un sì forte alla relativizzazione e storicizzazione delle scelte religiose. Pur nel considerare l’impossibilità di realizzare sia l’approccio trasversalista che quello disciplinarista senza metter mano al Concordato ha però riconosciuto  una validità ideale alla proposta Rostan e ha invitato al confronto con le tesi del Comitato torinese che ha promosso un convegno a metà aprile sui temi in discussione. Altri interventi, dei quali non è possibile dare conto in dettaglio per ragioni di spazio, hanno raccomandato di agire, per l’appunto, di intesa con le altre organizzazioni laiche, sono entrati con forti accenti critici nel merito della proposta Bertagna alla base della riforma Moratti, hanno segnalato l’interesse anche degli insegnanti cattolici (ve ne erano due nell’assemblea) per il dibattito sulla laicità.

Al termine della discussione è stata messa ai voti e approvata con alcune astensioni una mozione che recepisce la proposta Rostan, sia pure con alcune modifiche, essenzialmente formali tra le quali la denominazione “insegnamento delle religioni nella storia” preferita, su indicazione di Elena Bein, a quella originaria di “insegnamento storico sulle religioni”. È stata anche annunciata una formale protesta, da concordare con la FCEI, per la sospensione dei lavori della Commissione ministeriale sull’interculturalità di cui è membro Elena Bein.

Nicola Pantaleo