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Associazione 31 OttobrePER UNA SCUOLA LAICA E PLURALISTA PROMOSSA DAGLI EVANGELICI ITALIANI
Sede legale: Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, via Firenze 38 - 00 184 Roma |
Religione a scuola: una linea comune?
di Ermanno Genre
La questione dell'insegnamento della religione nella scuola di stato, cui Riforma ha dato spazio per un dibattito, merita di essere ripresa sia per la sua rilevanza culturale e politica generale sia per un'esigenza di chiarimento fra diverse visioni e strategie presenti al nostro interno: grazie dunque a questi fratelli per aver rilanciato una questione così importante alla nostra attenzione. Vorrei riprendere la discussione ponendo una domanda rivolta a tutte le nostre chiese: è possibile oggi individuare una linea comune degli evangelici italiani sul problema dell'insegnamento del fatto religioso nella scuola di stato? Penso che sia utile e importante dare spazio a questo argomento (e forse un bel convegno) perché il problema si porrà assai presto e non ci si può permettere il lusso di andare in ordine sparso verso una decisione che ci coinvolgerà, come cittadini e come credenti.
L'Associazione "31 ottobre" ha fatto una propria scelta, discutibile e criticabile (infatti non risolve il problema di fondo e dubito che possa essere, come dice Nicola Pantaleo, un "cavallo di Troia") ma anche comprensibile, per cercare di agitare le acque stagnati e non certo con l'intenzione di difendere la riforma Moratti. D'altro canto la "31 ottobre", nata grazie all'impegno di un gruppo di insegnanti evangelici ma aperta a chiunque voglia aderirvi, non rappresenta la posizione ufficiale della Federazione delle chiese evangeliche (FCEI) né, a quanto mi consta, ha mai avanzato questa pretesa. Ritorna dunque la domanda: siamo in grado di assumere oggi una posizione comune dopo 20 anni di Intese con lo Stato in cui la situazione culturale e sociale si è profondamente modificata?
Prese di posizione
Non sono mancate in questi anni delle prese di posizione ufficiali del Consiglio della Federazione concernenti gli indirizzi della riforma della scuola e la questione dell'insegnamento del fatto religioso, soprattutto nella passata legislatura (lettere del Consiglio e del presidente al ministro Luigi Berlinguer), ma alcuni messaggi sono stati inviati anche all'attuale ministro Letizia Moratti. Nell'uno come nell'altro caso senza esito alcuno. È chiaro a tutti che né l'attuale governo né la Conferenza episcopale italiana (CEI) intendono rivedere, dopo vent'anni, l'accordo sull'Insegnamento della religione cattolica (IRC), nonostante le richieste di molti gruppi, associazioni e personalità del mondo cattolico favorevoli a un insegnamento non confessionale del fatto religioso.
Per quanto concerne la posizioni delle chiese che hanno firmato l'Intesa con lo Stato è difficile capire quale sia stata l'evoluzione della loro riflessione interna. Alcune chiese sembrano accontentarsi del diritto di "non avvalersi" dell'IRC, mantenendo una posizione anticoncordataria secca che non sembra interessata alla cultura del fatto religioso in quanto tale. Altre, e mi sembra il caso delle chiese aderenti alla FCEI, sono invece sensibili al problema culturale posto dalle religioni oggi e sembrano disponibili a cercare nuove strategie che vadano oltre il puro e semplice "diritto di non avvalersi" che, nei fatti, comporta la rinuncia a un insegnamento del fatto religioso aperto a tutti e a carico della scuola di stato.
La laicità ai margini della scuola
Sono convinto che allora (nella fase di
formulazione della proposta della Tavola valdese poi
confluita negli art. 9 e 10 dell'Intesa) non si
potesse oggettivamente fare altra cosa e gli articoli appena
citati esprimono con chiarezza quello che era il punto di
vista della Chiesa valdese (sostanzialmente ripreso e
condiviso dalle Intese successive). Gli accordi concordatari
tra la Chiesa cattolica e la Repubblica italiana hanno però
fatto una scelta che ha relegato ai margini la nostra
visione laica (e non laicista) della scuola, annullando
praticamente (qualche piccola eccezione in alcune città) la
nostra disponibilità a essere presenti nella scuola là dove
si afferma l'importanza dello "studio del fatto religioso e
delle sue implicazioni" (art. 10).
Oggi occorre però prendere atto del cambiamento avvenuto nel
nostro paese (come in Europa), vale a dire il crescente
pluralismo religioso che viene a ridimensionare la questione
di allora, sostanzialmente intracristiana (cattolicesimo e
chiese evangeliche di minoranza; la presenza dell'ebraismo
fu appena avvertita) per situarla in un orizzonte
inter-religioso. Di questo sono ben consapevoli gli
insegnanti di religione cattolica e la CEI: i programmi
scolastici IRC per le elementari e le medie tendono infatti
ad allargare sempre di più questo orizzonte e situano l'IRC
nel più ampio contesto delle altre religioni (l'accordo tra
Stato e chiesa lascia ampi spazi di discrezionalità a questo
proposito).
Oltre l'autodifesa
Ora la conseguenza logica di questa "evoluzione" dovrebbe portare verso il superamento dell'attuale IRC a favore di un insegnamento curricolare obbligatorio del fatto religioso sotto la diretta responsabilità dello Stato, così come avviene ormai in quasi tutti i paesi europei (è ciò che auspica anche Nicola Pagano). Ma non sono queste le intenzioni della Chiesa cattolica che intende difendere con i denti il proprio privilegio concordatario. Che fare allora, se si intende andare oltre la posizione della nostra autodifesa di "non avvalersi" dell'IRC? Su questo punto (se ho letto correttamente) non mi pare che lo scambio di opinioni fra Nicola Pagano e Nicola Pantaleo offra delle ipotesi propositive percorribili (l'ipotesi della "31 ottobre" infatti non rappresenta alcuna alternativa reale all'IRC).
In questi anni ho partecipato (e anche organizzato) a numerosi incontri di studio sull'argomento, con studiosi cattolici e laici, con docenti universitari di Stato e di Istituzioni private, l'ultimo di questi il 20 febbraio scorso in una sede del Parlamento italiano. Considerando la situazione italiana, mi sono convinto che nel nostro paese (che non è la Francia e neppure la Germania) esiste probabilmente una sola possibilità concreta e che si distanzia sia dalla proposta dell'Associazione "31 ottobre" sia dall'ipotesi di Nicola Pagano che mi pare restare fermo su un atteggiamento anticoncordatario su cui siamo tutti d'accordo ma che è poi sterile sul piano operativo.
Il "doppio binario"
L'unica ipotesi propositiva che io scorgo, e che non è affatto nuova, è quella che negli Anni 80 venne definita del "doppio binario". Essa prende atto del fatto che la Repubblica italiana riconosce "che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano" e dunque ne legittima l'insegnamento nelle scuole di stato. Ci si può irrigidire su questa lettura delle cose, e lo capisco perfettamente, ma occorre prendere atto che questa è la realtà su cui non abbiamo alcuna possibilità di intervenire perché sancita dall'accordo concordatario. Ritengo che l'IRC sia una scelta sbagliata sotto tutti i punti di vista, e non solo perché è contrario alla laicità dello Stato, ma perché è perdente da un punto di vista formativo e pedagogico; credo però che questa scelta vada rispettata e soltanto la Chiesa cattolica la potrà modificare (ve lo immaginate un governo, sia esso di centro-destra o di centro-sinistra, capace di proporre una soluzione che non sia quella proposta dalla chiesa romana?).
Al tempo stesso però ritengo che sia realistico chiedere allo Stato, sulla base della nostra Costituzione (art. 8) di garantire a tutti coloro che "non si avvalgono" dell'IRC, un insegnamento curricolare del fatto religioso (non vedo oggettivamente la possibilità di renderlo facoltativo, né lo si può pensare "trasversale" alla francese), gestito dallo Stato, con insegnanti statali (si dovrà naturalmente pensare seriamente alla loro formazione); penso che la via di una "opzionalità obbligatoria" sia l'unica percorribile e forse anche la migliore. È l'iter seguito dalla Spagna, che ha organizzato in questi ultimi anni un insegnamento non confessionale obbligatorio per gli studenti che non seguono il corso confessionale cattolico.
Questa ipotesi, me ne rendo ben conto, lascia aperti molti interrogativi e suscita certamente anche delle perplessità. Non vedo però delle alternative credibili in questa nostra Italia, vittima del clericalismo da un lato e del laicismo dall'altro. Questa ipotesi ha qualche possibilità di farsi strada e trovare un consenso politico col mondo cattolico aperto al dialogo ecumenico e interreligioso. Ma noi, che cosa abbiamo da proporre? È ancora difendibile, dal punto di vista culturale, il puro e semplice diritto di "non avvalersi" nell'attuale contesto storico-religioso mondiale?
Tratto da Riforma del 13 aprile 2004
