RELIGIONI A SCUOLA: "LA VIA ITALIANA"

di Ermanno Genre, da Riforma del 16 gennaio 2009

 

Il Sinodo ha ripreso, per il terzo anno consecutivo, il tema dello «studio del fatto religioso e delle sue implicazioni nella scuola pubblica italiana» (art. 37). Il lungo ordine del giorno è situato sotto il capitolo «Chiesa e società» e costituisce il primo anello di un discorso più ampio a cui fa seguito l’altro grande tema, a esso collegato: la libertà religiosa in Italia (art. 38 e 39). Sotto lo stesso cappello si trovano ancora, di seguito, altri pronunciamenti sinodali: la riformulazione di un atto della Conferenza del IV Distretto sulla testimonianza cristiana in una cultura mafiosa che intacca le istituzioni democratiche e cancella la dignità delle persone (art. 40), due testi distinti sono dedicati alla questione dell’immigrazione (art. 41 e 42), l’ultimo al problema fede-omosessualità (art. 43).

Ho voluto ricordare questa sequenza di pronunciamenti, altri ancora potrebbero essere accorpati sotto questo stesso cappello, per sottolineare da un lato ciò che si potrebbe definire uno sfogo di onnipotenza che ogni anno riversiamo nell’assemblea sinodale, dall’altro lato invece l’esigenza, che lentamente sta facendosi strada, di dare ordine ai lavori sinodali, disciplinare i temi che si discutono e sui quali è importante pronunciarsi. Rileggendo i numerosi pronunciamenti sinodali che i membri del Sinodo hanno ricevuto in forma cartacea a fine anno 2008, potrebbe essere utile interrogarsi sugli effetti di tutti gli ordini del giorno che ogni anno sottoponiamo al Sinodo, spesso in modo improvvisato. Sono tutti pronunciamenti meditati? Trovano degli interlocutori reali o sono parole destinate all’oblio? Ritornerò su questa questione prossimamente.

Il pronunciamento sinodale contenuto nell’art. 37 sopra ricordato (non entro nel merito della sua formulazione) è fra quelli che hanno difficoltà a trovare degli interlocutori per creare un più largo consenso, suscitare l’attenzione dei nostri concittadini. Si tratta infatti di una questione che concerne l’intera cittadinanza e non soltanto le comunità religiose. Dobbiamo prendere atto che una buona parte dei nostri ordini del giorno sinodali, per quanto onesti nella loro sostanza, ispirati a un corretto uso della laicità, sono né più né meno come un sassolino gettato nello stagno. Certamente è importante (e guai a trascurare questo aspetto) la denuncia degli abusi e la difesa della laicità, oggi evanescente nel paese perché da tutti invocata (anche da chi la soffoca), ma bisogna prendere atto, lucidamente, che questo atteggiamento di denuncia e di difesa non ha la forza di tradursi in un progetto capace di creare onde larghe.

Lo si vede, per esempio, con l’attività dell’Associazione «31 Ottobre per una scuola laica e pluralista» a cui il Sinodo ha giustamente rivolto una parola di incoraggiamento. Bisogna provare a far sentire la nostra voce a un altro livello, cercando altre voci che diano forza alla nostra e che siano in grado di porre il problema in una luce positiva e propositiva. Certamente, per andare oltre l’attuale Irc, occorrerà

individuare una «via italiana» che deve tenere conto della chiesa cattolica romana che è la comunità religiosa di maggioranza, ma al tempo stesso essa dovrà rispettare la laicità dello Stato e garantire a tutti gli studenti la possibilità di discutere di religioni nella scuola pubblica, cioè di ricevere nella scuola una formazione culturale delle religioni che non sia legata a una confessione particolare (è quanto auspicato nell’art. 10 dell’Intesa).

Certamente, individuare una «via italiana» alle religioni nella scuola non è cosa semplice, va ricordato però che è quanto è successo ovunque in Europa dopo la caduta del muro di Berlino: non esiste più una nazione in cui vi sia un unico insegnamento confessionale. Numerose associazioni, anche a carattere ecumenico, hanno lavorato in questi anni per stabilire dei criteri comuni da rispettare per l’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche. Non ho spazio qui per dire anche solo poche parole sulle «linee guida di Toledo», un documento che offre degli orientamenti per un insegnamento del fatto religioso nelle scuole pubbliche dei paesi dell’Unione Europea (OSCEODIHR, 2007). Vorrei però almeno citare il più recente documento del Consiglio d’Europa del 7 maggio 2008, un libro bianco sul dialogo interculturale che ha come titolo: Vivere insieme nell’uguale dignità. In questo documento si afferma, tra l’altro, che: «l’uguaglianza di genere costituisce una premessa non-negoziabile del dialogo interculturale… la sfida di una vita insieme in una società diversa può essere affrontata soltanto se possiamo vivere insieme con pari dignità» (1.3,17).

Particolare attenzione è dedicata alla dimensione religiosa: si riconosce che l’eredità culturale dell’Europa costituisce una ricca gamma di concezioni della vita, religiose e secolari: cristianesimo, ebraismo e islam, hanno segnato in modo profondo il continente europeo. Di conseguenza «la pratica religiosa rappresenta una componente della vita umana contemporanea e perciò non può né deve essere

esclusa dalla sfera d’interesse delle autorità pubbliche, anche se lo Stato deve preservare il proprio ruolo di garante neutro ed imparziale per l’esercizio delle diverse religioni, fedi e credenze».

Come ci è noto l’Italia resta legata a una visione confessionale del fatto religioso: quali che siano i governi, la posizione della chiesa cattolica romana resta dominante. Una «via italiana» alle religioni nella scuola di Stato è, oggi come ieri, a destra come a sinistra, sotto il segno della centralità dell’Irc (nessuna differenza tra Fioroni e Gelmini), insegnamento facoltativo (non però per le finanze dello Stato), che lascia nell’ignoranza avvalentisi e non avvalentisi e blocca ogni tentativo di aprire una nuova pagina per un insegnamento religioso culturalmente serio.

Mi domando se, in vista del prossimo Sinodo, per evitare l’ennesimo rito di denuncia, non si possa provare a organizzare una serata in cui porre al centro questo argomento, invitando, perché no, la ministro della Pubblica Istruzione, un esponente della Cei, per un civile e pacato confronto sulla situazione italiana che, a quanto pare, non ha più alcun riscontro in Europa. La cultura passa anche di qui.