|
Il Sinodo ha ripreso, per
il terzo anno consecutivo, il
tema dello «studio del fatto
religioso e delle sue
implicazioni nella scuola
pubblica italiana» (art. 37). Il
lungo ordine del giorno è
situato sotto il capitolo
«Chiesa e società» e costituisce
il primo anello di un discorso
più ampio a cui fa seguito
l’altro grande tema, a esso
collegato: la libertà religiosa
in Italia (art. 38 e 39). Sotto
lo stesso cappello si trovano
ancora, di seguito, altri
pronunciamenti sinodali: la
riformulazione di un atto della
Conferenza del IV Distretto
sulla testimonianza cristiana in
una cultura mafiosa che intacca
le istituzioni democratiche e
cancella la dignità delle
persone (art. 40), due testi
distinti sono dedicati alla
questione dell’immigrazione
(art. 41 e 42), l’ultimo al
problema fede-omosessualità
(art. 43).
Ho voluto ricordare questa
sequenza di pronunciamenti,
altri ancora potrebbero essere
accorpati sotto questo stesso
cappello, per sottolineare da un
lato ciò che si potrebbe
definire uno sfogo di
onnipotenza che ogni anno
riversiamo nell’assemblea
sinodale, dall’altro lato invece
l’esigenza, che lentamente sta
facendosi strada, di dare ordine
ai lavori sinodali, disciplinare
i temi che si discutono e sui
quali è importante pronunciarsi.
Rileggendo i numerosi
pronunciamenti sinodali che i
membri del Sinodo hanno ricevuto
in forma cartacea a fine anno
2008, potrebbe essere utile
interrogarsi sugli effetti di
tutti gli ordini del giorno che
ogni anno sottoponiamo al
Sinodo, spesso in modo
improvvisato. Sono tutti
pronunciamenti meditati? Trovano
degli interlocutori reali o sono
parole destinate all’oblio?
Ritornerò su questa questione
prossimamente.
Il pronunciamento sinodale
contenuto nell’art. 37 sopra
ricordato (non entro nel merito
della sua formulazione) è fra
quelli che hanno difficoltà a
trovare degli interlocutori per
creare un più largo consenso,
suscitare l’attenzione dei
nostri concittadini. Si tratta
infatti di una questione che
concerne l’intera cittadinanza e
non soltanto le comunità
religiose. Dobbiamo prendere
atto che una buona parte dei
nostri ordini del giorno
sinodali, per quanto onesti
nella loro sostanza, ispirati a
un corretto uso della laicità,
sono né più né meno come un
sassolino gettato nello stagno.
Certamente è importante (e guai
a trascurare questo aspetto) la
denuncia degli abusi e la difesa
della laicità, oggi evanescente
nel paese perché da tutti
invocata (anche da chi la
soffoca), ma bisogna prendere
atto, lucidamente, che questo
atteggiamento di denuncia e di
difesa non ha la forza di
tradursi in un progetto capace
di creare onde larghe.
Lo si vede, per esempio, con
l’attività dell’Associazione «31
Ottobre per una scuola laica e
pluralista» a cui il Sinodo ha
giustamente rivolto una parola
di incoraggiamento. Bisogna
provare a far sentire la nostra
voce a un altro livello,
cercando altre voci che diano
forza alla nostra e che siano in
grado di porre il problema in
una luce positiva e propositiva.
Certamente, per andare oltre
l’attuale Irc, occorrerà
individuare una «via italiana»
che deve tenere conto della
chiesa cattolica romana che è la
comunità religiosa di
maggioranza, ma al tempo stesso
essa dovrà rispettare la laicità
dello Stato e garantire a tutti
gli studenti la possibilità di
discutere di religioni nella
scuola pubblica, cioè di
ricevere nella scuola una
formazione culturale delle
religioni che non sia legata a
una confessione particolare (è
quanto auspicato nell’art. 10
dell’Intesa).
Certamente, individuare una «via
italiana» alle religioni nella
scuola non è cosa semplice, va
ricordato però che è quanto è
successo ovunque in Europa dopo
la caduta del muro di Berlino:
non esiste più una nazione in
cui vi sia un unico insegnamento
confessionale. Numerose
associazioni, anche a carattere
ecumenico, hanno lavorato in
questi anni per stabilire dei
criteri comuni da rispettare per
l’insegnamento religioso nelle
scuole pubbliche. Non ho spazio
qui per dire anche solo poche
parole sulle «linee guida di
Toledo», un documento che offre
degli orientamenti per un
insegnamento del fatto religioso
nelle scuole pubbliche dei paesi
dell’Unione Europea (OSCEODIHR,
2007). Vorrei però almeno citare
il più recente documento del
Consiglio d’Europa del 7 maggio
2008, un libro bianco sul
dialogo interculturale che ha
come titolo: Vivere insieme
nell’uguale dignità. In
questo documento si afferma, tra
l’altro, che: «l’uguaglianza di
genere costituisce una premessa
non-negoziabile del dialogo
interculturale… la sfida di
una vita insieme in una società
diversa può essere affrontata
soltanto se possiamo vivere
insieme con pari dignità»
(1.3,17).
Particolare attenzione è
dedicata alla dimensione
religiosa: si riconosce che
l’eredità culturale dell’Europa
costituisce una ricca gamma di
concezioni della vita, religiose
e secolari: cristianesimo,
ebraismo e islam, hanno segnato
in modo profondo il continente
europeo. Di conseguenza «la
pratica religiosa rappresenta
una componente della vita umana
contemporanea e perciò non può
né deve essere
esclusa dalla sfera d’interesse
delle autorità pubbliche, anche
se lo Stato deve preservare il
proprio ruolo di garante neutro
ed imparziale per l’esercizio
delle diverse religioni, fedi e
credenze».
Come ci è noto l’Italia resta
legata a una visione
confessionale del fatto
religioso: quali che siano i
governi, la posizione della
chiesa cattolica romana resta
dominante. Una «via italiana»
alle religioni nella scuola di
Stato è, oggi come ieri, a
destra come a sinistra, sotto il
segno della centralità dell’Irc
(nessuna differenza tra Fioroni
e Gelmini), insegnamento
facoltativo (non però per le
finanze dello Stato), che lascia
nell’ignoranza avvalentisi e non
avvalentisi e blocca ogni
tentativo di aprire una nuova
pagina per un insegnamento
religioso culturalmente serio.
Mi domando se, in vista del
prossimo Sinodo, per evitare
l’ennesimo rito di denuncia, non
si possa provare a organizzare
una serata in cui porre al
centro questo argomento,
invitando, perché no, la
ministro della Pubblica
Istruzione, un esponente della
Cei, per un civile e pacato
confronto sulla situazione
italiana che, a quanto pare, non
ha più alcun riscontro in
Europa. La cultura passa anche
di qui. |