Invadenza confessionale

di Nicola Pagano

 

L’ora di religione è tornata alla ribalta in seguito all’intesa, firmata il 26 maggio tra il ministro dell’Istruzione, Letizia Moratti, e il cardinale Ruini presidente della Cei, sugli «Obiettivi specifici di apprendimento per l’Irc nella scuola secondaria di primo grado». Quasi ignorato dalla stampa, con lodevole eccezione dell’Unità l’accordo in esame, al di là del dichiarato scopo di «adeguare i programmi dell’Irc alla riforma della scuola», ci appare come l’ennesimo episodio di invadenza confessionale nella scuola pubblica.

 

Irc e altre discipline

Due sono i punti che devono suscitare in noi, laici ed evangelici, viva preoccupazione e allarme: 1) l’asserita interazione dell’Irc con le altre discipline di insegnamento, tesa a estendere il raggio d’azione e a integrare e ad armonizzare l’ora di religione con tutto il sistema scolastico; 2) la promozione nella scuola di una pedagogia e di un’attività didattica ispirata alla «antropologia cristiana».

L’impressione è che la Cei e Ruini non si siano lasciato sfuggire l’occasione della revisione dei programmi di religione per guadagnare ter-reno e posizioni strategiche all’ora di religione e per estendere l’influenza dell’Irc nell’attività didattica generale, mediante la collaborazione e l’interazione con le altre materie di insegnamento. La Moratti minimizza e parla di semplice «adeguamento dei programmi dell’Irc alla riforma della scuola», ma a leggere attentamente le dichiarazioni e i documenti che hanno preparato e accompagnato l’accordo, si capisce subito che, sotto la parvenza dell’atto burocratico di adeguamento previsto dall’intesa, emerge la non mai dimessa strategia scolastica cattolica configurata storicamente nella missione pedagogica ed evangelizzatrice della chiesa, che considera l’educazione dei giovani e la scuola uno dei campi privilegiati d’azione e di testimonianza.

In occasione dell’accordo, Ruini ha dichiarato: «La riforma scolastica in corso di attuazione si qualifica per l’attenzione a una didattica rinnovata e mira a realizzare una convergenza fra le diverse discipline (…); l’Irc deve essere armonicamente integrato nel sistema scolastico e dinamicamente idoneo a interagire con le altre discipline». A sua volta mons. Nosiglia, vescovo di Vicenza e responsabile della commissione scuola e università della Cei, in una recente relazione all’assemblea dei vescovi sugli obiettivi specifici di apprendimento dell’Irc, connessi alla riforma della scuola, ha invitato tutto il vasto e composito mondo cattolico e quanti operano nel territorio e nella scuola ad attrezzarsi per affrontare la sfida della scuola dell’autonomia, per non lasciarla «in balia dello spontaneismo e dell’improvvisazione, o magari a progetti basati su principi non condivisibili…».

 

La strategia della Cei

Per far ciò, secondo Nosiglia, occorre approntare una strategia di medio e lungo termine, basata su alcuni punti precisi, tra cui: 1) privilegiare una corretta visione antropologica a servizio della verità e della carità, finalizzata a impedire al pluralismo di «tramutarsi in confuso relativismo»; 2) operare nella scuola, da parte dei cattolici, per offrire contenuti corretti in tutte le discipline; 3) elaborare quindi «pacchetti di contenuti» su questioni epistemologiche e didattiche alla luce dell’antropologia cristiana, «da offrire a genitori e docenti…». Si tratta di una strategia a tutto campo che nulla esclude e tutto intende ricondurre alla dimensione cattolica. Non crediamo di esagerare dicendo che qui è delineato un progetto «totalizzante» che, a partire dall’Irc e attraverso l’interazione con le altre materia, si propone di orientare, influenzare, plasmare tutta l’attività didattica e la formazione degli alunni alla luce dell’antropologia cristiana, delle verità e dei valori cattolici.

 

Pluralismo culturale religioso e scientifico

A questo punto bisogna chiedersi come e se tutto questo possa conciliarsi con la proclamata e indiscutibile «facoltatività» dell’Irc e con l’altrettanto acquisita e incontrovertibile laicità della scuola, che si traduce nel pluralismo culturale, religioso e scientifico che la connota e che discende direttamente dalla Costituzione repubblicana. Le proposte della Cei di un Irc maggiormente inserito nelle attività didattiche della scuola e interagente con le altre materie sono, a mio avviso, incompatibili con il dettato dell’articolo 9.2 del Concordato 1984 che ne ha fissato la natura giuridica facoltativa, quale insegnamento cioè offerto alla libera scelta degli alunni, posto fuori pagella, che non dà voti, ininfluente ai fini della promozione o non promozione dell’alunno, la cui scelta di non avvalersi non comporta obblighi alternativi né deve dare luogo a discriminazione. Una diversa collocazione e una accresciuta funzione «interdisciplinare» dell’Irc potrebbe costituire uno sconfinamento e un’invasione illegittima e surrettizia di spazi educativi propri di altre discipline, in una sorta di rinnovato «insegnamento diffuso» della religione cattolica. La natura giuridica dell’Irc, dunque, obbliga questo insegnamento al rispetto di precisi limiti didattici, in modo che esso, come recita l’art. 9 dell’Intesa della Tavola valdese (e gli omologhi articoli delle altre Intese), «non abbia luogo in occasione dell’insegnamento di altre materie, né secondo orari che abbiano… effetti discriminanti».

 

Antropologia cristiana

L’altro punto sotteso all’accordo Moratti-Ruini è l’insistito riferimento all’antropologia cristiana, che il ministro ha accolta e fatta propria con animo grato. «L’antropologia cristiana», a ben vedere, comporta nelle intenzioni della Cei che tutta l’attività didattico-educativa, contenuti, obiettivi, mezzi e fini, assuma una curvatura cristiano-cattolica, in modo da educare gli alunni nello spirito delle verità, dei valori e fini propri degli insegnamenti della chiesa. Non è questa la sede per affrontare nel merito tale questione; ciò che qui interessa porre in rilievo è il suo discutibile, illegittimo impatto con la scuola pubblica di tutti. Questa, nella sua essenza laica, pluralistica, aperta a tutti gli alunni di qualsiasi fede religiosa e cultura, non può orientare la sua azione didattica, pedagogica e culturale secondo i valori, le verità e i fini dell’antropologia cristiana nella accezione a essa conferita dalla Cei. L’identità cattolica non può assurgere a identità di tutta la scuola pubblica. Se così facesse, essa tradirebbe la sua natura di scuola pubblica, la sua «mission» di scuola di tutti; e soprattutto tradirebbe il dettato costituzionale.

Tratto da Riforma del 30 luglio 2004