L'ora di religione sempre più arrogante!

di Nicola Pagano

 

Gli atti legislativi dell’ex ministro della Pubblica Istruzione (Pi) Fioroni sull’Irc, non si discostano in nulla da quelli dei suoi predecessori e rappresentano, obiettivamente, un peggioramento dello stato di cose legato all’Irc e un ulteriore motivo d’allarme per le confessioni religiose diverse dalla cattolica e per i laici. Essi, in realtà, oltre a essere del tutto ignorati dal grande pubblico a causa dell’irrompere sulla scena politica di altri e più importanti eventi, si muovono soprattutto nella direzione di una consueta subalternità al dettato della Cei e nella totale non curanza per i diritti degli altri soggetti.

A dimostrazione di quanto affermato, esaminiamo alcune delle ultime disposizioni. Esse, in sintesi, riguardano:

1. L’O. ministeriale n. 30 del 10 marzo 2008, che all’articolo 8, pp. 13 e 14, stabilisce il credito scolastico a favore degli alunni che si avvalgono dell’Irc, beneficio esteso, tanto per salvare la faccia, anche agli alunni non-avvalentisi che, tuttavia, dimostrino di aver svolto attività didattiche e formative nella scuola (per lo più inesistenti!) o in attività esterne a essa (fumose e incontrollabili!). Un provvedimento che risale al 2007, giudicato da molti incongruo, forzato, con forti sospetti di illegittimità, stando alla natura dell’Irc e al quadro di riferimento normativo in cui è collocato, e che Fioroni ha reiterato per il 2008, nonostante esso sia tuttora sub iudice, a seguito di ricorso al Tar e di «sospensiva» di quest’ultimo, e di sospensiva della sospensiva da parte del Consiglio di Stato, adito dal ministro.

2. Il Decreto ministeriale del 31 luglio 2007 che recepisce una proposta della Cei circa una «Bozza degli obiettivi di apprendimento (Oa) e di traguardi per lo sviluppo delle competenze per l’Irc (Tsc) », seguita dalla più recente Circolare ministeriale n. 45 del 22 aprile 2008, complementare e applicativa del decreto citato. Quest’ultima dà indicazioni alle scuole per il curricolum per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo relativamente all’Irc, accoglie il documento della Conferenza episcopale sulle indicazioni didattiche circa l’Irc al fine «di armonizzare la collocazione di questa disciplina nel nuovo impianto curricolare della scuola dell’infanzia e del primo ciclo» e consentire anche all’Irc di inserirsi adeguatamente nei Piani dell’offerta formativa (Pof) che le scuole stanno attualmente redigendo per il prossimo anno scolastico.

Tralasciando il tema del credito scolastico, che già ho trattato dettagliatamente altrove (cap. IV del mio libro del 2006 e articolo su Riforma del 25 maggio 2007), esaminerò gli aspetti salienti della «Bozza» degli obiettivi di apprendimento e dei traguardi per lo sviluppo delle competenze per l’Irc.

Già negli anni precedenti (2004), come si ricorderà, la Cei e l’allora ministro dell’Istruzione Moratti conclusero accordi per dare più spazio e maggiore visibilità all’Irc, sia nell’ambito specifico di detto insegnamento sia nei rapporti interdisciplinari. I lettori ricorderanno anche «i pacchetti didattici» proposti in quella sede a docenti e genitori da monsignor Nosiglia, responsabile della Cei per la scuola. Ora, sia il citato Dm del 31 luglio 2007 sia la Cm n. 45/08 ripropongono, nell’ambito dell’autonomia e dei Pof (Piani dell’offerta formativa) le indicazioni didattiche e programmatiche della Cei sulla sperimentazione dell’Irc nella scuola dell’obbligo, e cioè per la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo d’istruzione. Alla proposta teorica segue un calendario formativo, articolato in tempi, modalità, scadenze, esperienze e verifiche didattiche, sperimentazioni e seminari a vari livelli, ecc. Lo scopo della sperimentazione è chiarito nell’all. 3 del citato Decreto: «La finalità di tutta l’operazione è quella di giungere a definire nuovi obiettivi di apprendimento e traguardi per lo sviluppo delle competenze per l’Irc nella scuola dell’infanzia e del I ciclo d’istruzione, in tempi utili per vederne inserito il testo nella versione definitiva delle indicazioni, di cui si prevede l’entrata in vigore nell’a. s. 2009-10».

A questo punto, mi pare doveroso formulare alcune osservazioni critiche sulle disposizioni esaminate. La prima attiene a una questione di metodo: il ministro Fioroni, secondo un’inveterata prassi, «accoglie» dalla Cei e riversa in blocco sulla scuola proposte e documenti, senza un minimo d’esercizio critico. La seconda, e più sostanziale, riguarda quella che chiamerei una evidente invasività dell’Irc. Essa si sviluppa, nella «Bozza» in esame, su due direzioni: 1) mediante il conferimento di un maggior peso all’Irc, come materia scolastica con obiettivi didattici specifici, collocata nell’area disciplinare del «linguaggio creativo e dell’espressione» e a tutto ciò che attiene al linguaggio simbolico e figurativo, allo scopo di creare una più netta identità cattolica negli alunni avvalentisi, in grado di rispondere ai grandi interrogativi della condizione umana, di indirizzare a un progetto di vita, ecc. 2) mediante una estensione dell’area e dell’influenza dell’Irc, in rapporto alle altre discipline e in funzione appunto interdisciplinare che, a partire dal terreno proprio dell’insegnamento religioso, consenta di dialogare con gli altri e «ricostruire mappe culturali in grado di ricomporre una comprensione sapienziale ed unitaria della realtà» e fornire un «orizzonte di senso». Obiettivi che ci paiono, in verità assai ambiziosi e debordanti per una «materia facoltativa», quale è, in termini di legge, l’Irc, e destinata di fatto a una parte degli alunni!

Se poi si aggiunge, sul piano della valutazione e del giudizio, il punteggio per il già ricordato credito scolastico assegnato all’Irc, si avrà più chiara la sensazione dello «straripamento» dell’Irc, forse candidato surrettiziamente dalla Cei a ripetere i fasti della religione «fondamento e coronamento» di tutta l’opera educativa degli ineffabili Programmi Ermini!

Ma ancora più improbabile suona per noi il riferimento alla laicità cui fa ricorso la «Bozza» in esame, quando afferma: «Per tale motivo come espressione della laicità dello Stato, l’Irc è offerto a tutti, in quanto opportunità preziosa di conoscenza del cristianesimo come radice di tanta parte della cultura italiana ed europea». Ci si appella alla laicità dello Stato quasi a voler accreditare l’Irc come espressione di essa. Eh, no, cari amici della Cei! Certo, lo Stato è laico, come noi sosteniamo e come da più parti è stato autorevolmente affermato; ma non è certo laico l’Irc: al contrario esso è integralmente confessionale e «assicurato» nella scuola – non lo si dimentichi – dalla Revisione del Concordato del 1984 che, appunto in quanto «revisione», trae origine dal Concordato del 1929 e dall’art. 7 della Costituzione che ne ha recepito le istanze. È una vecchia storia, ma sempre valida e attuale, che nessun aggiornamento, nessuna innovazione metodologica e didattica può cancellare!

Per cui ora pretendere da parte cattolica di porsi, con l’Irc, come unica voce religiosa rivolta a tutti gli alunni per far conoscere il cristianesimo e coprire tutta la realtà scolastica con la dimensione «di senso» propria del cattolicesimo, e porsi, allo stesso tempo, come fonte di dialogo religioso e culturale, nel rispetto delle differenze in un contesto di pluralismo religioso e culturale (p. 6) mi pare davvero pretendere troppo! Dov’è di grazia, nella scuola dell’obbligo, il pluralismo religioso? E, per di più, tra ragazzetti, si badi, della scuola primaria e dell’obbligo?

Un autentico pluralismo religioso e culturale richiederebbe una reale presenza, nella scuola, di diverse posizioni religiose e laiche, rappresentate con uguale diritto di cittadinanza e pari diritto sancito dalla legge, insomma, di una pluralità di voci… O, meglio, come noi sosteniamo da tempo, occorrerebbe un insegnamento laico, storico, plurale e scientifico delle religioni, gestito interamente dallo Stato… Nella realtà attuale della scuola italiana v’è, purtroppo, solo un «monologo» cattolico: l’Irc assicurato dallo Stato, la quale cerca di crearsi spazi didattici e culturali sempre più estesi e propri di una materia d’insegnamento ritenuta culturalmente «centrale», e che cerca, inoltre, di assumere aperture «dialogiche e pluraliste» per poter essere presente in tutti gli spazi didattici e disciplinari e poter meglio affermare i valori e l’identità cattolica. Il resto è discriminazione, opposizione e silenzio.

 

Tratto da Riforma del 06 giugno 2008