IRC: L'EUROPA SCHIEDE SPIEGAZIONI ALL'ITALIA

di Nicola Pagano, da Riforma del 13 febbraio 2009

 

A beneficio dei lettori di Riforma ritengo utile riferire tre notizie relative all’Irc, del tutto ignorate, come al solito, dai media nazionali, ma che rivestono per noi evangelici, impegnati da sempre nella difesa della libertà di religione e di coscienza, un significato degno di nota.

La prima, dell’8 ottobre scorso, è tratta da un breve articolo comparso nell’edizione on line de La Repubblica, a firma di F. D’Argenio, e riferisce che l’Unione europea (UE), su denunzia circostanziata di alcuni esponenti radicali, ha espresso «dubbi» sulla vicenda dei circa 25.000 insegnanti di religione assunti in ruolo nella scuola statale di ogni ordine grado, in virtù della loro appartenenza alla Chiesa cattolica, e di conseguenza ha richiesto spiegazioni al governo italiano. Non ci illudiamo che Palazzo Chigi avrà il coraggio politico, laico e civile di riconoscere la macroscopica ingiustizia perpetrata da un suo ministro, e quindi, con ogni probabilità, non se ne farà nulla. Ma la questione resta aperta e l’intervento della UE è una piccola breccia aperta nel muro dell’indifferenza politica e culturale del nostro Paese.

A essere coinvolto nella vicenda del ruolo degli insegnanti di religione cattolica nella scuola pubblica non è solo il fondamentale art. 3 della Costituzione italiana, che proclama solennemente la parità di tutti i cittadini di fronte alla legge, ma anche i principi di uguaglianza e di parità di trattamento affermati dalla «Dichiarazione universale dell’Onu», la quale è, a sua volta, richiamata dal «Trattato di Maastricht» e dalla «Convenzione europea sui diritti dell’uomo». Non è superfluo ricordare infine, che la legge «Moratti», n.186 del 18 luglio 2003 ha inferto una profonda ferita a tali principi fondamentali: essa infatti ha non solo attribuito agli insegnanti di religione cattolica il «ruolo», ma ha previsto la possibilità del passaggio ad altre cattedre, ove l’«idoneità» vescovile venga meno e il docente sia in possesso del titolo richiesto per altro insegnamento.

E appunto a questa possibilità si collega la seconda notizia. Con sentenza n. 1296 del 17 aprile 2008 il Tar della Toscana ha stabilito che «il docente di religione non può passare all’insegnamento di un’altra materia, per la quale è previsto un concorso pubblico o un corso abilitante». E tanto ha stabilito, respingendo il ricorso di un insegnante di religione nella scuola primaria, che aveva chiesto che gli fosse riconosciuto il servizio prestato come insegnante di religione cattolica, per poter accedere a un corso riservato finalizzato al conseguimento dell’abilitazione in altra disciplina.

Degna di nota è la motivazione del Tar che, tra l’altro, afferma: «Non può essere computato il servizio della religione nella scuola statale, non esistendo rispetto ad esso, in considerazione del regime concordatario operante nella materia, una classe di abilitazione o di concorso, né uno specifico titolo di studio ed essendo il titolo abilitante costituito dal certificato di idoneità rilasciato dall’ordinario diocesano, e cioè da un’autorità estranea all’ordinamento italiano». Parole ineccepibili che, oltretutto, suonano come autorevole conferma a quanto da anni andiamo sostenendo sull’assurdo sistema dell’Irc e in particolare circa l’arbitrio della funzione dell’ordinario diocesano – figura estranea all’amministrazione scolastica pubblica – che può scegliere discrezionalmente gli insegnanti, conferire gli incarichi e attribuire e revocare l’«idoneità », al di fuori di ogni controllo giuridico, amministrativo e sindacale. Dunque il Tar, con il principio affermato nella detta sentenza pone in seria discussione, a mio parere, l’art. 4, 3° comma della Legge 186, relativamente alla materia dei passaggi dall’Irc ad altri insegnamenti.

La terza notizia riguarda la prassi delle «messe e benedizione dei locali della scuola» a opera della chiesa cattolica: altro terreno minato e di scontro tra diverse sensibilità e posizioni di laici e clericali. Ma veniamo al fatto. Nella città di Pavullo (Mo) il parroco, l’Amministrazione locale e l’Ufficio scolastico regionale avevano deciso di imporre al preside di una scuola locale, una cerimonia pubblica con messa e benedizione dei nuovi locali, da tenersi in orario scolastico: in gioco era il prestigio della chiesa e dei poteri politici locali.

Il preside, assistito dal legale della nostra Associazione «31 ottobre per una scuola laica e pluralista», in nome della laicità della scuola pubblica, della realtà plurireligiosa della popolazione scolastica, delle garanzie di non discriminazione tra gli alunni e del divieto di svolgimento di cerimonie religiose durante e in luogo delle ore di lezione, ha resistito e tenuto testa con dignità ai ripetuti e coalizzati attacchi dei tre poteri. Nonostante imposizioni e minacce il coraggioso preside ha alfine salvaguardato i suoi principi. La cerimonia alla fine si è svolta comunque per volere dell’Ufficio scolastico provinciale e (pare) di un noto politico forzista della zona; ma è stata organizzata autonomamente dal Comune, e ha avuto luogo nel cortile della scuola, al di fuori dell’orario delle lezioni, con la

libera (e a quanto sembra scarsa) partecipazione degli alunni e della comunità scolastica, mentre l’ispezione, alla quale il preside, per ritorsione, era stato sottoposto, si è conclusa con un provvedimento che ha riconosciuto la legittimità del suo operato.

Tre fatti, in tre diversi contesti, ma tutti ugualmente protesi a difendere la libertà di coscienza e di religione di tutti.