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A
beneficio dei
lettori di Riforma
ritengo utile riferire tre
notizie relative all’Irc, del
tutto ignorate, come al solito,
dai media nazionali, ma che
rivestono per noi evangelici,
impegnati da sempre nella difesa
della libertà di religione e di
coscienza, un significato degno
di nota.
La prima, dell’8
ottobre scorso, è tratta da un
breve articolo comparso
nell’edizione on line de La
Repubblica, a firma di F.
D’Argenio, e riferisce che
l’Unione europea (UE), su
denunzia circostanziata di
alcuni esponenti radicali, ha
espresso «dubbi» sulla vicenda
dei circa 25.000 insegnanti di
religione assunti in ruolo nella
scuola statale di ogni ordine
grado, in virtù della loro
appartenenza alla Chiesa
cattolica, e di conseguenza ha
richiesto spiegazioni al governo
italiano. Non ci illudiamo che
Palazzo Chigi avrà il coraggio
politico, laico e civile di
riconoscere la macroscopica
ingiustizia perpetrata da un suo
ministro, e quindi, con ogni
probabilità, non se ne farà
nulla. Ma la questione resta
aperta e l’intervento della UE è
una piccola breccia aperta nel
muro dell’indifferenza politica
e culturale del nostro Paese.
A essere
coinvolto nella vicenda del
ruolo degli insegnanti di
religione cattolica nella scuola
pubblica non è solo il
fondamentale art. 3 della
Costituzione italiana, che
proclama solennemente la parità
di tutti i cittadini di fronte
alla legge, ma anche i principi
di uguaglianza e di parità di
trattamento affermati dalla
«Dichiarazione universale
dell’Onu», la quale è, a sua
volta, richiamata dal «Trattato
di Maastricht» e dalla
«Convenzione europea sui diritti
dell’uomo». Non è superfluo
ricordare infine, che la legge
«Moratti», n.186 del 18 luglio
2003 ha inferto una profonda
ferita a tali principi
fondamentali: essa infatti ha
non solo attribuito agli
insegnanti di religione
cattolica il «ruolo», ma ha
previsto la possibilità del
passaggio ad altre cattedre, ove
l’«idoneità» vescovile venga
meno e il docente sia in
possesso del titolo richiesto
per altro insegnamento.
E appunto a
questa possibilità si collega la
seconda notizia. Con sentenza n.
1296 del 17 aprile 2008 il Tar
della Toscana ha stabilito che
«il docente di religione non può
passare all’insegnamento di
un’altra materia, per la quale è
previsto un concorso pubblico o
un corso abilitante». E tanto ha
stabilito, respingendo il
ricorso di un insegnante di
religione nella scuola primaria,
che aveva chiesto che gli fosse
riconosciuto il servizio
prestato come insegnante di
religione cattolica, per poter
accedere a un corso riservato
finalizzato al conseguimento
dell’abilitazione in altra
disciplina.
Degna di nota è
la motivazione del Tar che, tra
l’altro, afferma: «Non può
essere computato il servizio
della religione nella scuola
statale, non esistendo rispetto
ad esso, in considerazione del
regime concordatario operante
nella materia, una classe di
abilitazione o di concorso, né
uno specifico titolo di studio
ed essendo il titolo abilitante
costituito dal certificato di
idoneità rilasciato
dall’ordinario diocesano, e cioè
da un’autorità estranea
all’ordinamento italiano».
Parole ineccepibili che,
oltretutto, suonano come
autorevole conferma a quanto da
anni andiamo sostenendo
sull’assurdo sistema dell’Irc e
in particolare circa l’arbitrio
della funzione dell’ordinario
diocesano – figura estranea
all’amministrazione scolastica
pubblica – che può scegliere
discrezionalmente gli
insegnanti, conferire gli
incarichi e attribuire e
revocare l’«idoneità », al di
fuori di ogni controllo
giuridico, amministrativo e
sindacale. Dunque il Tar, con il
principio affermato nella detta
sentenza pone in seria
discussione, a mio parere,
l’art. 4, 3° comma della Legge
186, relativamente alla materia
dei passaggi dall’Irc ad altri
insegnamenti.
La terza notizia
riguarda la prassi delle «messe
e benedizione dei locali della
scuola» a opera della chiesa
cattolica: altro terreno minato
e di scontro tra diverse
sensibilità e posizioni di laici
e clericali. Ma veniamo al
fatto. Nella città di Pavullo
(Mo) il parroco,
l’Amministrazione locale e
l’Ufficio scolastico regionale
avevano deciso di imporre al
preside di una scuola locale,
una cerimonia pubblica con messa
e benedizione dei nuovi locali,
da tenersi in orario scolastico:
in gioco era il prestigio della
chiesa e dei poteri politici
locali.
Il preside,
assistito dal legale della
nostra Associazione «31 ottobre
per una scuola laica e
pluralista», in nome della
laicità della scuola pubblica,
della realtà plurireligiosa
della popolazione scolastica,
delle garanzie di non
discriminazione tra gli alunni e
del divieto di svolgimento di
cerimonie religiose durante e in
luogo delle ore di lezione, ha
resistito e tenuto testa con
dignità ai ripetuti e coalizzati
attacchi dei tre poteri.
Nonostante imposizioni e minacce
il coraggioso preside ha alfine
salvaguardato i suoi principi.
La cerimonia alla fine si è
svolta comunque per volere
dell’Ufficio scolastico
provinciale e (pare) di un noto
politico forzista della zona; ma
è stata organizzata
autonomamente dal Comune, e ha
avuto luogo nel cortile della
scuola, al di fuori dell’orario
delle lezioni, con la
libera (e a
quanto sembra scarsa)
partecipazione degli alunni e
della comunità scolastica,
mentre l’ispezione, alla quale
il preside, per ritorsione, era
stato sottoposto, si è conclusa
con un provvedimento che ha
riconosciuto la legittimità del
suo operato.
Tre fatti, in tre
diversi contesti, ma tutti
ugualmente protesi a difendere
la libertà di coscienza e di
religione di tutti.
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