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Associazione 31 OttobrePER UNA SCUOLA LAICA E PLURALISTA PROMOSSA DAGLI EVANGELICI ITALIANI
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«Religione a scuola? Si grazie» ma aconfessionale e di taglio storico-culturale
di Nicola Pantaleo
L’articolo a firma di Jean-Jacques Peyronel apparso su Riforma ha il merito di avere riproposto il dibattito sull’ora di religione nella scuola pubblica, facendo riferimento alle tesi innovative affacciate sulla scena francese da Régis Debray in un denso Rapporto di alcuni anni fa. Si trattava allora di un efficace scossone a una società, quella francese, dominata da un laicismo che aveva finito con il demonizzare qualunque tentativo di introdurre la tematica del religioso nell’istruzione di Stato, provocando, come verificato in accurati sondaggi, una totale ignoranza di quella tematica tra le giovani generazioni. Lo slogan «laicità d’intelligenza» mirava infatti a sottolineare il valore anche culturale dell’esperienza del religioso e il dovere dei legislatori scolastici di assicurarne la presenza nei programmi di studio. Sull’opportunità, però, sostenute da Debray, che la fenomenologia religiosa non sia contenuta in un’ora settimanale ad hoc introdotta ex novo ma circoli trasversalmente nelle varie discipline esistenti (storia, geografia, educazione artistica ecc.) – una tesi condivisa interamente da Peyronel – le opinioni sono diverse e in più occasioni l’Associazione «31 ottobre» ha postulato l’esigenza di introdurre, invece, una disciplina curricolare che, impartita da docenti appositamente preparati nelle università italiane, assolva al compito di colmare una grave lacuna nelle conoscenze degli studenti italiani intorno alle «altre» religioni.
A sostenere questa tesi, oltre all’utile e documentatissimo volume di Nicola Pagano, edito quest’anno dalla Claudiana con il titolo Per una storia delle religioni. Un’alternativa laica all’ora di religione nella scuola pubblica, ecco Marco Rostan che vien fuori con un succoso capitolo del libro curato da Paola Capitani, Scuola domani (Franco Angeli editore), in cui si dichiara a favore di uno studio laico e plurale del fatto religioso, come recita il titolo del suo contributo.
Prendendo le mosse dallo «strabismo» dell’attuale dibattito sull’Irc – da un lato una diffusa sensibilità tra la gente verso un superamento dell’insegnamento mono-confessionale, dall’altro la sostanziale indifferenza delle forze politiche, anche di sinistra, appagate dalla Revisione concordataria del 1984, e, dopo alcune annotazioni autobiografiche sulla sua esperienza d’insegnante alle prese con il clericalismo dell’istituzione scolastica –, l’analisi di Rostan investe la generalità della vita nazionale in cui la Chiesa con la c maiuscola scandisce con la sua presenza obbligata momenti istituzionali (cerimonie civili e militari, inaugurazioni ecc.) e dibattiti mediatici sull’etica. Un equivoco, quello dell’«etico-religioso = cattolico» cui non sfugge praticamente nessuno nel nostro paese.
Passando poi in rassegna le posizioni in campo evangelico, Rostan registra come dato positivo l’essere passati da un atteggiamento puramente difensivo e di rifiuto radicale che si riassumeva nello slogan «religione a scuola, no grazie», e che oggi, vorrei notare, sembra caratterizzare le opinioni in materia di alcune organizzazioni evangelicali come l’Aei, a una fase propositiva che vede, accanto al duplice no al confessionalismo e alla lottizzazione del l’insegnamento religioso, l’opportunità di rimediare alla vistosa lacuna di conoscenza religiosa plurale con un insegnamento laico e obbligatorio del fatto religioso, osservato nella sua variegata connotazione (storica, culturale, di contenuti dottrinali ecc.). Se non fosse superabile l’Irc in tempi ragionevoli, si potrebbe prevedere un temporaneo «doppio binario», auspicato anche da studiosi cattolici, a condizione però che l’Irc diventi, oltre che in linea di principio (v. sentenze della Corte Costituzionale), nei fatti facoltativo e dunque collocato al di fuori dell’orario delle lezioni come attività parascolastica. Si auspicherebbe su questo un’apertura sua sponte della chiesa cattolica, che sola potrebbe sbloccare l’attuale situazione di stallo, data l’improbabilità di un autonomo intervento legislativo delle forze politiche.
Su questa linea, ricorda Rostan, si era già attestata la Federazione delle chiese evangeliche in Italia con una dichiarazione del 1996 in cui si faceva riferimento all’orizzonte europeo nell’auspicare uno studio del fenomeno religioso o attraverso un insegnamento specifico o diffuso nelle varie discipline per le parti di loro competenza. Anche il Sinodo valdese dell’anno successivo con un documento dal titolo «I protestanti e la scuola» prendeva posizione nel senso indicato dalla Fcei.
Sia il Sinodo sia l’Assemblea della Fcei di quest’anno hanno poi sposato l’idea di un insegnamento di storia delle religioni nella scuola pubblica. Un elemento di novità nel panorama delle posizioni evangeliche italiane era rappresentato nel 1999 dalla nascita dell’Associazione «31 ottobre per una scuola laica e pluralista» che, come rileva Rostan, con convegni e dichiarazioni ufficiali ha sostenuto l’opportunità che nella scuola italiana si istituisse un insegnamento aconfessionale di «religioni nella storia» e ha anche postulato, aggiunge chi scrive, l’eventualità di partire da sperimentazioni occasionali utilizzando i laboratori previsti dalla Legge Moratti. Si tratta in ogni caso di un auspicio che trova riscontro nella frequente trasformazione, nella pratica didattica effettiva e a opera di docenti aperti e avvertiti, dell’ora di religione cattolica in un insegnamento interreligioso, sia pure con tutte le approssimazioni e i dilettantismi del caso.
E tra i due poli di un’utopia anticipatrice di svolte poco probabili e di un realismo, talora pigro e rinunciatario, si svolge una tensione ideale che spinge Rostan a concludere il suo capitolo con queste parole intrise di speranza: «Forse proprio la scuola potrebbe essere il terreno sul quale individuare alcuni fondamentali punti di cambiamento nel segno della laicità, del rispetto delle tradizioni religiose del popolo italiano, di tutte le confessioni e della nuova realtà multietnica e multiculturale di oggi».
Tratto da Riforma del 22 dicembre 2006
