L'ORA VATICANA NELLA SCUOLA

di Nicola Pantaleo, da Riforma del 18 settembre 2009

 

Potrebbe apparire, e in un certo senso a ragione, riduttivo e antistorico insistere nell’occuparsi di temi come quello dell’ora di religione, mentre si discorre degli scandali pubblico-privati di un premier megalomane e incline all’autoritarismo, di un pacchetto-sicurezza che criminalizza i clandestini e li respinge in mare verso un ignoto destino, di una disoccupazione dilagante che coinvolge anche migliaia di precari della scuola. Ma l’ultimo colpo di maglio del Vaticano legittima una rinnovata preoccupazione per le sorti della laicità in Italia.

È indubbio che la sentenza n. 7076 del 17 luglio, emessa dal Tar del Lazio su ricorso di alcune confessioni religiose e associazioni laiche, oltre che di singoli studenti e genitori, abbia lasciato davvero il segno. Affermazioni apparentemente ovvie che dovrebbero essere condivise da ogni persona di buon senso e sinceramente democratica e che, al fondo, si limitano a ribadire il principio costituzionale della uguaglianza delle religioni di fronte allo Stato, sono sembrate ad alcuni un attentato di lesa maestà. Ne è nata una puntigliosa polemica che per la prima volta su un tema del genere ha occupato le prime pagine della maggior parte dei quotidiani e infiammato il dibattito pubblico. Anatemi come quelli contro il «bieco Illuminismo» dei giudici regionali sono risuonati nelle sale vaticane e si sono persino paventati rischi per la libertà religiosa dei cattolici italiani. Commentatori intelligenti delle cose italiane si sono sforzati di spiegare che le nostre libertà civili sono tutte figlie dell’Illuminismo e che la Chiesa di Roma non ha mai goduto di tanto ascolto e rispetto da parte delle istituzioni come oggi. Oseremmo aggiungere che mai come oggi essa può impunemente combattere battaglie bioetiche certa che un Parlamento particolarmente sensibile alle sue istanze le tradurrà prontamente in leggi dello Stato, come sta accadendo per la questione del fine vita. Non si può infatti dimenticare che in occasione del referendum sulla fecondazione assistita il Vaticano ha cavalcato spregiudicatamente e con successo l’astensionismo, mandando così in soffitta il principio (o mito?) della non interferenza diretta nella politica italiana.

In ogni caso, dopo lo scontro feroce dell’immediato dopo-sentenza e nonostante le minacce di conseguenze di grande portata la questione sembrava essere stata accantonata e le ferie estive hanno smorzato rapidamente i fuochi. Se non avesse il carattere intimidatorio che ha e se non cadesse in un contesto specifico come quello assai delicato dei rapporti tra Stato e Chiesa cattolica, si potrebbe persino pensare che in fondo si sia semplicemente voluto fare chiarezza su un insegnamento alquanto equivoco nella prassi educativa: all’etichetta di Insegnamento della religione cattolica spesso infatti corrisponde una materia indefinita che vede i docenti in gran parte improvvisarsi psicologi o sociologi o, più frequentemente, tuttologi e, in proporzione minore, avventurarsi, del tutto in buona fede e con le migliori intenzioni, sul terreno del confronto interreligioso.

L’altolà avrebbe pertanto lo scopo commendevole di mettere fine a innovazioni non compatibili con la denominazione e la natura di quell’insegnamento e togliere ogni illusione di non confessionalità. Ma è palese altresì la volontà di una resa dei conti con quegli intellettuali cattolici che da tempo sostengono l’esigenza di istituire un insegnamento aconfessionale del fatto religioso.

L’altro punto toccato in esplicita polemica con la sentenza del Tar del Lazio è la asserita pari dignità dell’Irc con le altre discipline scolastiche, dimenticando en passant che la Corte Costituzionale ne ha sancito il carattere «pienamente facoltativo». Per inciso, un sondaggio reso pubblico l’11 settembre da Radio 24 ore vede il 75 per cento degli intervistati bocciare la posizione della Curia. In realtà, vi sono state varie avvisaglie di questa offensiva: un discorso del Papa ai docenti di religione durante un loro convegno e una rivendicazione degli stessi docenti che lamentano di non potere esprimere un voto numerico sul profitto. Da qui la sorprendente accusa di una crescente «marginalizzazione» dell’Irc nella scuola pubblica di cui si è fatta interprete la Congregazione nella lettera agli episcopati. Si pretende in altri termini che l’Irc, grazioso dono del regime fascista nel Concordato del 1929, recepito nell’art. 7 della costituzione, ma modificato nella Revisione del 1984, torni a essere una disciplina a tutto tondo, ospitata a pieno titolo negli scrutini di classe e produttiva di crediti scolastici. La ragione di ciò consisterebbe, oltre che nella grande maggioranza di avvalentisi, anche nel posto centrale e peculiare del cattolicesimo nella cultura e nella storia del nostro Paese e nella opportunità, dunque, che vi si adeguino anche i portatori di altre culture religiose come i migranti, che avrebbero nell’Irc uno strumento prezioso di integrazione nel tessuto sociale del paese di accoglienza.

Non ci si avvede che si percorre così la china pericolosa per la democrazia di una mera affermazione dei diritti delle maggioranze, conculcando quelli delle minoranze, come se non bastassero gl’innumerevoli privilegi di cui gode la Chiesa cattolica nel nostro paese, dall’esenzione delle imposte agli emolumenti e cattedre per i docenti di Irc, dai finanziamenti alle scuole private alle cento forme di culto illegalmente praticate nella scuola pubblica. Le reazioni tra gli esponenti delle altre religioni non si sono fatte attendere e, in particolare, nel mondo evangelico, da sempre sensibile al tema della laicità, si sono levate varie voci critiche sul metodo e sul merito di tale pronunciamento, come, autorevolmente, dal presidente della Fcei. Già il Sinodo valdese-metodista si era espresso con un atto apposito a favore della sentenza del Tar del Lazio ma ancor prima tutte le dirigenze delle chiese avevano manifestato la propria soddisfazione per l’insperata vittoria del ricorso.

Per parte sua, l’Associazione «XXXI Ottobre per una scuola laica e pluralista» nel suo recente incontro di Genova afferma nel documento conclusivo dell’Assemblea dei soci che da parte cattolica «si insiste nel mettere al centro la cultura cattolica nella scuola come unica titolare di una conoscenza del ”fatto religioso” e che la scuola «a fronte di una società sempre più multiculturale e plurireligiosa tende ad arroccarsi su posizioni di conservazione e a restringere gli spazi di partecipazione democratica, abdicando così alla sua prerogativa di favorire l’integrazione».

Si potrebbe poi rispettosamente rivolgere una domanda ai vertici cattolici: con quale animo s’intende procedere nel cammino ecumenico e interreligioso, frapponendo macigni come questo? E le istituzioni? Come una scolaretta ossequiosa e diligente davanti al monito della sua severa insegnante, la ministra Gelmini non ha battuto ciglio, anzi si è detta perfettamente d’accordo con il diktat vaticano, come in precedenza nei riguardi della sentenza del Tar. Ecco da chi è rappresentata l’istruzione statale in Italia. Non paga di avere annunciato ricorso al Consiglio di Stato contro tale storica decisione giuridica e di averne con atto amministrativo sospeso l’applicazione, l’impareggiabile esponente governativa ha lasciato intendere di voler intervenire, non si sa bene in quale modo e con quali misure, sulla vicenda. Più realista del re, più papista del papa. Insomma, tasso di laicità: zero.