UNA PALESTRA DI CITTADINANZA

di Nicola Pantaleo

da Riforma del 11 marzo 2011

 

 

Curiosa sorte, quella della scuola pubblica. Dopo le grandi manifestazioni che hanno visto migliaia di studenti, genitori, docenti non solo precari e ricercatori marciare nelle strade di molte città per contestare la politica scolastica (e universitaria) del Governo ecco che il capo dell’esecutivo tuona contro la scuola statale, colpevole di trasmettere principi che contraddirebbero le convinzioni delle famiglie. Gli studenti che contestano la riforma Gelmini sarebbero portatori di disvalori inculcati da insegnanti che tradiscono il mandato loro assegnato. Un’istituzione delle Stato contesta la scuola di stato che è chiamato a gestire e tutelare. Una mossa inedita che potrebbe apparire incomprensibile se non intervenisse un terzo soggetto, un «convitato di pietra» che avrebbe potuto avvantaggiarsi di tale presa di posizione, il Vaticano. Ma come sappiamo, la massima autorità della Conferenza episcopale, il cardinale Bagnasco, non ha raccolto l’assist del premier ed è intervenuto con una netta presa di distanza, lodando allo stesso modo scuola statale e scuola paritaria. Come a dire che essere più realisti del re talvolta non paga.

La mancata sintonia in questo caso si può spiegare, come è stato fatto, con l’attuale fase di stallo, se non di freddezza nei rapporti, tradizionalmente molto forti e cordiali, tra il presidente del Consiglio e le gerarchie cattoliche per le note vicende legate alla condotta privata di quest’ultimo. Tuttavia chi si aspettasse una rottura e un’inversione di tendenza rimarrebbe deluso. La Curia romana non ha alcuna intenzione di rinunciare ad alcuno dei due capisaldi che vanta nel mondo dell’istruzione: la scuola privata paritaria finanziata dagli enti pubblici e l’insegnamento confessionale nella scuola statale. Sul primo non vi sono all’orizzonte avvisaglie di peggioramento; anzi, dei vigorosi, e letali, tagli che hanno colpito la scuola statale non vi è traccia in quella privata che, al contrario, beneficia di sempre nuove contribuzioni elargite da regioni e comuni.

Una recente riprova di ciò è fornita da una proposta di legge (n. 20 del 15/06/2010 a firma Vignale e altri) della Regione Piemonte guidata dal leghista Roberto Cota, intitolata «Modifiche alla legge regionale n. 28 del 28/02/2007. Norme per l’istruzione, il diritto allo studio e la libera scelta educativa», che prevede elargizioni non più solo per gli assegni di diritto allo studio per chi frequenta le scuole private (10.463 conferimenti per l’ammontare di € 10.741.849 nell’ultima gestione), ma addirittura per l’edilizia scolastica privata. Vi si legge testualmente, all’art. 2 «Fondo rotativo per l’edilizia scolastica finalizzato esclusivamente [ndr] alle scuole paritarie senza fini di lucro non dipendenti da Enti pubblici», con buona pace dunque degli asili comunali. Un provvedimento che grida vendetta se si considera lo stato pietoso di molti edifici scolastici statali.

Sull’altro fronte, quello dell’insegnamento della religione cattolica (Irc), si manifestano invece  alcune crepe che preoccupano alquanto i vertici vaticani. Non è più possibile sbandierare trionfalisticamente cifre di studenti avvalentisi da percentuali «bulgare». Gli stessi dati forniti dalla Cei nella «Nota» annuale del Servizio nazionale della Conferenza episcopale italiana per l’Irc mostrano un’erosione dei consensi lenta ma progressiva. Nell’anno scolastico 2008-09 si calcolava una percentuale di adesioni del 90% con un calo di ben 4,4 punti rispetto all’a.s. 1994-95. Per la precisione erano 6.110.007 avvalentisi sul totale di 6.789.076 studenti: i non avvalentisi ammontavano dunque a 679.069 unità, una cifra molto rilevante se raffrontata all’entità di tutte le minoranze religiose sommate insieme.

Ebbene, nel 2009-10 si registra una diminuzione di un ulteriore 1% ma, nel calo generalizzato del numero complessivo degli insegnanti per effetto dei provvedimenti targati Tremonti-Gelmini, si segnala un aumento di 1100 unità di docenti di religione cattolica. Un dato paradossale se si considera la diminuzione degli avvalentisi ma giustificabile, per così dire, con la previsione dell’assegnazione di una cattedra anche per 1 solo alunno avvalentesi. E pensare che ai non avvalentisi spesso tocca la sorte di essere aggregati tutti in una stessa classe che svolge peraltro le proprie lezioni quotidiane. E ai non avvalentisi accade anche che si lesini sulla materia alternativa laddove la si sceglie invece delle altre opzioni che consistono nell’assenza dalla scuola, nello studio individuale assistito e nell’approfondimento individuale. È esperienza comune che la disciplina alternativa non venga attivata per motivi di bilancio: i fondi delle scuole sono stati severamente decurtati e dunque appare ragionevole la risposta negativa dei dirigenti scolastici. Ma non è così. Un capitolo apposito del bilancio gestito dagli uffici provinciali prevede congrui finanziamenti destinati agli stipendi degli insegnanti di religione non di ruolo e all’attivazione della materia alternativa.

Naturalmente zelanti funzionari sensibili alle esigenze d’Oltretevere dirottavano tutto ai supplenti di Irc. Una volta scoperta la cosa e per effetto di una sentenza del tribunale di Padova del 30/07/2010 prima e di una circolare ministeriale poi (n. 59 del 23/07/2010), si rendeva chiaro che l’insegnamento alternativo è sì facoltativo come l’ora di religione ma deve essere obbligatoriamente istituito e rimunerato ove richiesto. Una battaglia vinta ma ancora da rivendicare istituto per istituto. È questa la scuola pubblica che difendiamo: una palestra di senso della cittadinanza, di eguaglianza di opportunità, di spirito critico, di libero confronto. La scuola di tutti.