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Associazione 31 OttobrePER UNA SCUOLA LAICA E PLURALISTA PROMOSSA DAGLI EVANGELICI ITALIANI
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Religione fuori pagella
di Jean-Jacques Peyronel
E' davvero necessario un insegnamento specifico di storia delle religioni? Io sono fra quelli che nutrono grosse perplessità al riguardo e quindi anche riguardo agli ordini del giorno in tal senso approvati dal Sinodo valdese e dall’Assemblea della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Siccome nell’ultimo Sinodo si è accennato al «rapporto sull’insegnamento del fatto religioso nella scuola laica», consegnato nel febbraio 2002 dal filosofo Régis Debray (al quale era stato commissionato) dall’allora ministro francese della Pubblica Istruzione, vorrei evidenziare le differenze esistenti tra queste due proposte.
Uno dei punti su cui insiste di più il «Rapporto Debray» è che l’insegnamento del fatto religioso non deve essere un insegnamento a sé stante ma deve essere trasversale a diverse materie curricolari, in particolare storia, letteratura, filosofia, ma anche geografia, arte, musica. Per essere realmente non confessionale e laico deve trattarsi di un insegnamento interdisciplinare. Perché? Non solo perché non avrebbe senso aggiungere un’ora a un orario scolastico già stracarico ma soprattutto perché il fatto religioso è parte integrante della storia, della cultura e dell’etica di ogni popolo e sarebbe sbagliato isolarlo dal contesto in cui è nato e di cui fa parte. A tale riguardo, Debray osserva che «la laicità non è un’opzione spirituale fra altre, è ciò che rende possibile la loro coesistenza, perché ciò che è comune di diritto a tutti gli esseri umani deve avere la precedenza su ciò che li separa di fatto». Per questo, aggiunge, «non si può separare principio di laicità e studio del fatto religioso». Anzi, secondo lui, «sembra ormai giunto il tempo del passaggio da una laicità di incompetenza (il religioso non ci riguarda) a una laicità di intelligenza (è nostro dovere comprenderlo».
Il dato da cui parte Debray è l’abbassamento del livello medio di conoscenze che caratterizza ormai il sistema scolastico francese, e quindi l’ignoranza del fatto religioso e della sua rilevanza rispetto agli ambiti sopra elencati. Tale «incultura religiosa», precisa, è un fatto generale che si riscontra anche nelle scuole private confessionali! La posta in gioco, però, «non è di rimettere Dio a scuola» («l’insegnamento del [fatto] religioso non è un insegnamento religioso», precisa), ma di mettere gli studenti nelle condizioni di capire meglio il mondo globalizzato in cui vivono, anche nelle sue dimensioni religiose, le quali però – avverte Debray – non possono pretendere di detenere «un qualunque monopolio del senso». E per questo, ritiene, non serve un insegnamento ad hoc, serve invece ampliare e approfondire le conoscenze di base che non possono ignorare il fatto religioso nelle sue varie sfaccettature. All’obiezione che così si rischia di offuscare la dimensione spirituale delle religioni che ne costituisce la sostanza, Debray risponde che questo è compito delle religioni, non della scuola. E circa il fatto che il mondo globalizzato di oggi impone la conoscenza del fatto religioso, Debray afferma che è proprio per questo che non lo si può ridurre a un’oretta settimanale.
Parlando di queste cose con i miei figli, sono venuto a sapere che nelle loro scuole (media inferiore e superiore), gli insegnanti di religione presentano l’Irc non come «Insegnamento della religione cattolica» ma appunto come «storia delle religioni». Ma se ci ha già pensato la Chiesa di Roma a trasformare l’Irc in «Isr» (pur di salvaguardare il proprio monopolio, suppongo, oltre che il posto di lavoro di 24.000 insegnanti da essa nominati), è realistico pensare di spuntarla noi con la nostra proposta? Certo, tentare non nuoce ma sappiamo tutti che, anche se è ormai plurireligiosa e secolarizzata, l’Italia è rimasta profondamente papalina e con un deficit cronico di cultura laica. Allora, tanto valeva fare una proposta dichiaratamente laica alla Debray, che oltre tutto sarebbe stata più consona con il nostro modo di affrontare la tematica religiosa.
Infine non mi convince l’argomento secondo cui la proposta delle chiese evangeliche renderebbe l’Italia più europea: sappiamo bene infatti che dall’Alsazia alla Germania, dalla Gran Bretagna ai paesi scandinavi, per non parlare della Grecia ortodossa, l'insegnamento della religione è sempre confessionale, anche se in alcuni casi pluriconfessionale.
Significativamente Debray conclude il suo rapporto con queste parole: «... rifiutare di promuovere una materia a sé stante può diventare un beneficio intellettuale dato che il [fatto] religioso è trasversale a più campi di studi e di attività umane. Può essere, invece, un pericolo pedagogico, quello dell’infarinatura e della disinvoltura. Ci tocca dunque camminare, nel momento attuale, tra il troppo e il troppo poco». A me sembra una posizione saggia e realistica, soprattutto a livello di scuola secondaria.
Tratto da Riforma del 17 novembre 2006
