Scuola come azienda

di Marco Rostan

Da Riforma n. 27 del 4 luglio 2008

 

Ci scaldiamo giustamente contro la crescente invadenza confessionale cattolica nella scuola. Parliamo meno dei soldi alla scuola privata, dove non brillano soltanto le iniziative del centrodestra ma a volte anche quelle del Pd e della sinistra. In Regione Piemonte, a esempio, proprio gli ex Democratici di sinistra, per timore che una parte del loro partito (quelli della ex-Margherita?) votassero con il Pdl alcuni emendamenti riguardanti i finanziamenti alle scuole, hanno avanzato una richiesta di maggiori fondi per la scuola privata, rispetto a quanto la maggioranza aveva concordato. Anche Rifondazione rivendica il suo contributo alla soluzione trovata. L’art. 33 della Costituzione, che afferma la libertà dei privati di istituire scuole senza oneri per lo Stato è ormai roba da paleolitico per una sinistra «moderna»?

Nel mio Comune ho sentito più volte gli amministratori sostenere che il costo di un alunno nella scuola privata è inferiore a quello della scuola pubblica e che dunque è giusto sostenere le private. Del resto è ciò che chiede anche il Vaticano. Non ho ancora capito se, anche da parte delle nostre scuole, sotto sotto, si condivide questa impostazione (anche senza poterlo sbandierare per via della laicità) e se dunque, nel caso di finanziamenti diretti alla scuola privata (che è cosa più sfacciata del bonus alle famiglie) ne approfitteremmo senza fiatare.

Ma, parlando di scuola e di governo, ci sono numerose altre preoccupazioni che segnalo, sulle quali sarebbe utile intervenissero quanti sono attualmente attivi nella scuola e possono aiutarci a capire. Vi ricordate le «tre I» dell’altro governo Berlusconi (Internet, impresa, inglese)? Bene, ora con le proposte in discussione nell’apposita Commissione parlamentare, si prosegue ulteriormente in questa direzione «aziendale». Le scuole si trasformerebbero in fondazioni (l’aveva già proposto Bersani), al posto degli attuali organi collegiali ci sarebbe un consiglio di amministrazione, per i docenti verrebbero istituiti degli albi regionali con una carriera, anche economica, articolata su tre livelli (iniziale, ordinario, esperto). Ogni istituto potrà bandire concorsi per reclutare il personale e sparirebbero anche le attuali Rappresentanze sindacali unitarie.

A essere onesti, è vero che in passato ci si è riempiti un po’ troppo la bocca di partecipazione, ma da  qui a passare, come sembra, al concetto di scuola vista come servizio che deve soddisfare i bisogni di una utenza (genitori e alunni) ne passa. I precisi compiti che la Costituzione affida alla Repubblica in ordine alla scuola (artt. 33 e 34) sarebbero stravolti. Si afferma la necessità di essere efficienti e moderni: la sostanza è che le risorse finanziarie da destinare all’istruzione saranno suddivise partendo dalla libertà di scelta dei genitori anziché dalle necessità del paese; con concorsi banditi dalle singole scuole ci potranno essere criteri diversi nelle assunzioni, rischi di discriminazioni, sovrabbondanza di docenti al Sud con insufficienti fondi pubblici e carenza di docenti al Nord, con soldi in eccesso.