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Secondo l’art. 7
della nostra Costituzione, «lo
Stato e la Chiesa cattolica
sono, ciascuno nel proprio
ordine, indipendenti e sovrani».
Per quanto riguarda la scuola
pubblica, nella revisione
concordataria dell’84 fu
stabilito che la religione
cattolica non fosse più
religione di Stato (dal 1929 in
poi questo aveva comportato,
anche per la scuola secondaria,
il riconoscimento
dell’insegnamento «della
dottrina cristiana secondo la
forma ricevuta dalla tradizione
cattolica quale fondamento e
coronamento dell’istruzione»).
Il papa dovrebbe dunque
attenersi a quanto stabilito,
tenendo conto che, negli
specifici accordi tra governo
italiano e Cei in materia
scolastica (e sentenze
costituzionali), sono stati
stabiliti tre principi chiari:
primo, il fatto che lo stato
assicura in tutte le scuole
l’insegnamento della religione
cattolica per chi lo richiede;
secondo, il carattere
facoltativo di tale insegnamento
e di conseguenza anche un
diverso modo di concorrere alla
valutazione (con una scheda
apposita); terzo, la non
discriminazione fra gli alunni
che si avvalgono
dell’insegnamento cattolico e
quelli che non se ne avvalgono.
Sarebbe
meraviglioso se il nostro
presidente della Repubblica,
come ha positivamente fatto più
volte nei confronti del governo,
a proposito della separazione
dei poteri e dell’autonomia del
Parlamento, riuscisse una volta
a ricordare anche al papa il
rispetto dei principi
concordatari, nel momento in cui
quest’ultimo, parlando a circa
8000 insegnanti di religione
cattolica, riuniti in un
convegno che ha visto
naturalmente anche la presenza
del ministro Gelmini, ha
ribadito che l’insegnamento
cattolico è un esempio di
positiva laicità e parte
integrante della storia della
scuola in Italia. Nulla di
nuovo: infatti, all’inizio di
ogni anno scolastico, capita
che, in qualche diocesi, un
vescovo più zelante si rivolga
ai capi di istituto perché
favoriscano, nelle famiglie, la
scelta di avvalersi
dell’insegnamento cattolico,
dicendo loro che, se
trascurassero di esercitare
questa pressione, non sarebbero
buoni educatori.
Paradossalmente, mentre il papa
faceva questa ennesima
inopportuna affermazione, nella
sua patria tedesca, a Berlino,
si teneva un referendum promosso
dall’associazione proreli e
sostenuto dalla stessa Angela
Merkel che chiedeva ai cittadini
se volevano ripristinare la pari
dignità tra ora di religione e
l’attuale ora di etica. Vi è
stata una bassissima
partecipazione (710mila su circa
2,4 milioni) e ha prevalso, di
poco, il no. È una conferma, con
buona pace di Ratzinger, che la
Berlino riunificata è una delle
città più laiche della
Repubblica federale. Nella
capitale, diversamente che
altrove in Germania, l’etica è
una materia obbligatoria, mentre
la religione è facoltativa: chi
la sceglie deve fare un’ora in
più. Da noi, presentare l’ora di
religione (senza aggettivi) come
momento di integrazione e di
accoglienza punta anche a una
specifica azione di
convincimento nei confronti
degli immigrati. Ma come è
possibile pretendere che questa
ora di religione educhi alla
laicità, come ha detto
Ratzinger, finché gli insegnanti
devono avere il placet
diocesano? Perché il papa non
impara dall’esempio di «sana
laicità» che viene da Berlino?
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