LAICO IN SALSA VATICANA

di Marco Rostan (da Riforma del 8 maggio 2009)

 
Secondo l’art. 7 della nostra Costituzione, «lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani». Per quanto riguarda la scuola pubblica, nella revisione concordataria dell’84 fu stabilito che la religione cattolica non fosse più religione di Stato (dal 1929 in poi questo aveva comportato, anche per la scuola secondaria, il riconoscimento dell’insegnamento «della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica quale fondamento e coronamento dell’istruzione»). Il papa dovrebbe dunque attenersi a quanto stabilito, tenendo conto che, negli specifici accordi tra governo italiano e Cei in materia scolastica (e sentenze costituzionali), sono stati stabiliti tre principi chiari: primo, il fatto che lo stato assicura in tutte le scuole l’insegnamento della religione cattolica per chi lo richiede; secondo, il carattere facoltativo di tale insegnamento e di conseguenza anche un diverso modo di concorrere alla valutazione (con una scheda apposita); terzo, la non discriminazione fra gli alunni che si avvalgono dell’insegnamento cattolico e quelli che non se ne avvalgono.
Sarebbe meraviglioso se il nostro presidente della Repubblica, come ha positivamente fatto più volte nei confronti del governo, a proposito della separazione dei poteri e dell’autonomia del Parlamento, riuscisse una volta a ricordare anche al papa il rispetto dei principi concordatari, nel momento in cui quest’ultimo, parlando a circa 8000 insegnanti di religione cattolica, riuniti in un convegno che ha visto naturalmente anche la presenza del ministro Gelmini, ha ribadito che l’insegnamento cattolico è un esempio di positiva laicità e parte integrante della storia della scuola in Italia. Nulla di nuovo: infatti, all’inizio di ogni anno scolastico, capita che, in qualche diocesi, un vescovo più zelante si rivolga ai capi di istituto perché favoriscano, nelle famiglie, la scelta di avvalersi dell’insegnamento cattolico, dicendo loro che, se trascurassero di esercitare questa pressione, non sarebbero buoni educatori.
Paradossalmente, mentre il papa faceva questa ennesima inopportuna affermazione, nella sua patria tedesca, a Berlino, si teneva un referendum promosso dall’associazione proreli e sostenuto dalla stessa Angela Merkel che chiedeva ai cittadini se volevano ripristinare la pari dignità tra ora di religione e l’attuale ora di etica. Vi è stata una bassissima partecipazione (710mila su circa 2,4 milioni) e ha prevalso, di poco, il no. È una conferma, con buona pace di Ratzinger, che la Berlino riunificata è una delle città più laiche della Repubblica federale. Nella capitale, diversamente che altrove in Germania, l’etica è una materia obbligatoria, mentre la religione è facoltativa: chi la sceglie deve fare un’ora in più. Da noi, presentare l’ora di religione (senza aggettivi) come momento di integrazione e di accoglienza punta anche a una specifica azione di convincimento nei confronti degli immigrati. Ma come è possibile pretendere che questa ora di religione educhi alla laicità, come ha detto Ratzinger, finché gli insegnanti devono avere il placet diocesano? Perché il papa non impara dall’esempio di «sana laicità» che viene da Berlino?