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Associazione 31 OttobrePER UNA SCUOLA LAICA E PLURALISTA PROMOSSA DAGLI EVANGELICI ITALIANI
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Un atto di culto non è un "momento formativo"
di Luciano Zappella
(da Riforma del 18 aprile 2008)
(Articolo in risposta alla lettera di alcuni docenti dell'Istituto Firpo-Buonarroti di Genova dopo l'articolo di D. Rosso)
Come dice Davide Rosso nella sua replica, i lettori di Riforma saranno perfettamente in grado di valutare, oltre al fatto in sé, il tono e il contenuto di questa lettera. Dal momento però che la missiva è stata inviata, per conoscenza, all’Associazione 31 ottobre, è doverosa una breve replica.
Mi sembra che le considerazioni dei docenti genovesi (non si capisce bene se rappresentativi dell’intero Istituto o una sua punta di diamante) dimostrino approssimazione giuridica e disinvoltura pedagogica.
In ordine al primo aspetto, un Consiglio di Istituto e un Dirigente scolastico dovrebbero sapere che la citata CM n° 13377/544/MS del 13/2/1992 sottolinea come le attività di culto possano svolgersi, eventualmente, solo in orario extrascolastico (cfr. le sentenze del TAR Emilia Romagna n. 250/93 e del TAR Veneto 334/95). Quanto poi alla sentenza n. 3635 del 15/11/2007 del TAR Veneto, essa si riferisce alla visita del vescovo e non ad atti di culto in orario scolastico.
Al di là però degli aspetti giuridici, è evidente come nella lettera vi sia una contraddizione di fondo: da un lato infatti si afferma (giustamente) che «lo stato democratico è garante del riconoscimento delle identità e delle differenze», mentre dall’altro si propone una messa come momento educativo, senza accorgersi (?) che si tratta di un atto palesemente discriminatorio (l’argomento della non costrizione nei confronti degli studenti è pretestuoso).
Viene spontaneo chiedere agli estensori della missiva: cosa sono per voi i «valori della tradizione nazionale prevalente»? Sono quelli della Costituzione Italiana o quelli della religione maggioritaria? Chiunque si rende conto che non si tratta della stesa cosa. E l’ambiguità su questo punto non attiene alla sfera delle libere opinioni, ma è questione dirimente dalle evidenti ricadute didattico-educative.
Pare poi che i docenti dell’Istituto genovese abbiano uno strano concetto del ruolo educativo della scuola: un atto di culto educa alla fede e insieme la presuppone (la liturgia ha anche una funzione pedagogica); non può certo essere usato, al di là della correttezza giuridica, come modalità concreta per veicolare educazioni alla cittadinanza e alla solidarietà. Come è possibile non rendersi conto che una messa o un qualsiasi atto di culto è cosa ben diversa da momenti formativi quali quelli citati nella lettera?
Più che atti di culto o crocefissi sparsi qua e là nelle aule, la scuola svolge la propria funzione educativa e formativa nel momento in cui si fa carico di colmare lo spaventoso deficit di conoscenza riguardo ai testi sacri (la Bibbia in primo luogo) e, più in generale, al fatto religioso. Tutti gli studenti dovrebbero essere messi nelle condizioni di possedere gli strumenti culturali per valutare criticamente la rilevanza storica, sociale e culturale delle religioni (e non solo di quella maggioritaria). Dopo di che, nelle proprie parrocchie, chiese e moschee, ognuno potrà approfondire la propria fede.
Per quanto ci riguarda, la difesa della laicità dello stato e delle sue istituzioni (la scuola in primis) è anche, e soprattutto, una difesa del nostro essere credenti. Per noi non c’è nessuno iato tra essere cristiani e difendere la laicità. È la nostra vocazione come credenti, prima ancora che come cittadini/e. Spiace quindi che ci si accusi di portare attacchi contro la libertà di espressione.
Si rassicurino dunque i colleghi di Genova. Nessun attacco, ma pura e semplice fedeltà all’Evangelo. Evidentemente, a differenza dei nostri interlocutori, noi riteniamo che le differenze teologiche non possano passare in secondo piano.
