VIENI IN ITALIA: FARO' DI TE UN BUON CATTOLICO!

di Lucinao Zappella, da Riforma del 6 marzo 2009

 

Il Servizio Irc della Curia milanese ci riprova. Dopo aver inviato, nel gennaio 2008, una lettera alla Direzione generale dell’Ufficio scolastico regionale della Lombardia in cui si lamentavano alcune «criticità» relative all’Irc, adesso, in occasione delle iscrizioni al nuovo anno scolastico, distribuisce una lettera dal titolo ammiccante e mellifluo: Per te che vieni da un paese straniero. E, per non lasciare margini al dubbio, la chiusa recita così: «Ti aspetto con amicizia [ma da quando un insegnante deve essere amico?!]). L’insegnante di religione».

 

Ovviamente chiunque (chiesa cattolica in testa) è libero di esprimere la propria idea e sostenere, con i mezzi ritenuti opportuni, le proprie posizioni. Ciò che invece non si può tollerare è il travisamento della realtà, tanto più quando tale realtà deriva da norme legislative che non risulta siano state abrogate. A parte infatti il tono paternalistico degno di miglior causa (leggere per credere), ciò che stupisce, ma soprattutto indigna, è la (calcolata?) ambiguità di cui gronda il testo. Si afferma, per esempio, che nessuno è obbligato a diventare cristiano, ma si sorvola sul fatto che nessuno è obbligato a frequentare l’Irc. Si dice che durante l’ora di religione si può parlare di problemi vari, ma ci si dimentica di dire che l’insegnamento è, per statuto, confessionale: ciò che si deve insegnare è la religione cattolica (si chiama Irc non a caso!), altro che tematiche di varia umanità. Da ultimo, ci si può chiedere: perché la lettera si rivolge, in prima istanza, agli alunni stranieri (il testo è tradotto in diverse lingue, tra cui, chissà perché, il giapponese)? Il sillogismo è fin troppo scoperto: siete arrivati in Italia, in Italia impera il cattolicesimo, ergo… (i lettori traggano le conseguenze).

Ma la lettera non è nulla rispetto all’intervista a don Michele Di Tolve, responsabile del Servizio Irc e della Pastorale scolastica della diocesi di Milano. Qui l’ambiguità raggiunge vette ineffabili. Di Tolve afferma (bontà sua) che è importante che le scuole offrano (così del resto prevede la legge) una alternativa all’Irc; ma – lamenta – i fondi non ci sono. Peccato che per pagare lo stipendio agli insegnanti di Religione cattolica i fondi si trovino sempre (la ministra Gelmini ha tagliato dappertutto, tranne che in quel sacro recinto).

Il cahier des doléances prosegue definendo lo studio assistito o individuale come «l’ora del nulla. Questo è il vero cancro della scuola, perché un ragazzo così percepisce che sui banchi bisogna starci il meno possibile. È un danno per la scuola, non per l’Irc: entrare un’ora dopo, uscire un’ora prima o peggio durante l’orario della giornata. Sto facendo fare una ricerca: vogliamo capire qual è il livello delle assenze soprattutto nella secondaria e nelle superiori». A parte il tono vagamente intimidatorio di quest’ultima frase, don di Tolve finge di dimenticare che è diritto degli alunni uscire dall’edificio scolastico e dovere della scuola garantire l’esercizio di tale diritto. È «l’ora del nulla» proprio perché non intendo frequentarla, esercitando un diritto previsto dalla legge!

Sempre più infervorato afferma: «È importante dire alle famiglie straniere che l’Irc non conduce a credere in una fede, ma ha un profilo culturale. Proprio i ragazzi stranieri di altre religioni, facendo l’Irc, possono integrarsi meglio». Ecco il cuore del problema: come si può parlare di interdisciplinarietà e di interculturalità se l’Irc non è rivolto a tutti, stante lo stato di non obbligo? A nessuno viene il dubbio che solo un insegnamento curriculare, aconfessionale e condotto secondo la metodologia critica della ricerca storica sia in grado di svolgere la sua funzione formativa? Evidentemente, fa più comodo spingere perché tutti frequentino l’Irc, nascondendosi dietro alla foglia di fico del suo profilo culturale, per meglio nascondere le pudenda confessionali.

E siamo alla chicca finale: «Inviterei tutti quegli adulti che invocano una laicità che in realtà è laicismo a lavorare tutti insieme, perché il vero problema è salvare i ragazzi dalla deriva, dalla disperazione». Eccoci sistemati: la parola magica è «laicismo»! Non vorrete mica che i vostri figli crescano laicisti e disperati: fate frequentare loro un po’ di Irc. Tanto, come si dice, male non fa. Effetti collaterali a parte.

 

Tratto da Riforma del 6 marzo 2009