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Il
Servizio Irc della Curia
milanese ci riprova.
Dopo aver inviato, nel
gennaio 2008, una
lettera alla Direzione
generale dell’Ufficio
scolastico regionale
della Lombardia in cui
si lamentavano alcune
«criticità» relative
all’Irc, adesso, in
occasione delle
iscrizioni al nuovo anno
scolastico, distribuisce
una lettera dal titolo
ammiccante e mellifluo:
Per te che vieni da un
paese straniero. E,
per non lasciare margini
al dubbio, la chiusa
recita così: «Ti aspetto
con amicizia [ma da
quando un insegnante
deve essere amico?!]).
L’insegnante di
religione».
Ovviamente chiunque
(chiesa cattolica in
testa) è libero di
esprimere la propria
idea e sostenere, con i
mezzi ritenuti
opportuni, le proprie
posizioni. Ciò che
invece non si può
tollerare è il
travisamento della
realtà, tanto più quando
tale realtà deriva da
norme legislative che
non risulta siano state
abrogate. A parte
infatti il tono
paternalistico degno di
miglior causa (leggere
per credere), ciò che
stupisce, ma soprattutto
indigna, è la
(calcolata?) ambiguità
di cui gronda il testo.
Si afferma, per esempio,
che nessuno è obbligato
a diventare cristiano,
ma si sorvola sul fatto
che nessuno è obbligato
a frequentare l’Irc. Si
dice che durante l’ora
di religione si può
parlare di problemi
vari, ma ci si dimentica
di dire che
l’insegnamento è, per
statuto, confessionale:
ciò che si deve
insegnare è la religione
cattolica (si chiama Irc
non a caso!), altro che
tematiche di varia
umanità. Da ultimo, ci
si può chiedere: perché
la lettera si rivolge,
in prima istanza, agli
alunni stranieri (il
testo è tradotto in
diverse lingue, tra cui,
chissà perché, il
giapponese)? Il
sillogismo è fin troppo
scoperto: siete arrivati
in Italia, in Italia
impera il cattolicesimo,
ergo… (i lettori
traggano le
conseguenze).
Ma la
lettera non è nulla
rispetto all’intervista
a don Michele Di Tolve,
responsabile del
Servizio Irc e della
Pastorale scolastica
della diocesi di Milano.
Qui l’ambiguità
raggiunge vette
ineffabili. Di Tolve
afferma (bontà sua) che
è importante che le
scuole offrano (così del
resto prevede la legge)
una alternativa all’Irc;
ma – lamenta – i fondi
non ci sono. Peccato che
per pagare lo stipendio
agli insegnanti di
Religione cattolica i
fondi si trovino sempre
(la ministra Gelmini ha
tagliato dappertutto,
tranne che in quel sacro
recinto).
Il
cahier des doléances
prosegue definendo lo
studio assistito o
individuale come «l’ora
del nulla. Questo è il
vero cancro della
scuola, perché un
ragazzo così percepisce
che sui banchi bisogna
starci il meno
possibile. È un danno
per la scuola, non per
l’Irc: entrare un’ora
dopo, uscire un’ora
prima o peggio durante
l’orario della giornata.
Sto facendo fare una
ricerca: vogliamo capire
qual è il livello delle
assenze soprattutto
nella secondaria e nelle
superiori». A parte il
tono vagamente
intimidatorio di
quest’ultima frase, don
di Tolve finge di
dimenticare che è
diritto degli alunni
uscire dall’edificio
scolastico e dovere
della scuola garantire
l’esercizio di tale
diritto. È «l’ora del
nulla» proprio perché
non intendo
frequentarla,
esercitando un diritto
previsto dalla legge!
Sempre
più infervorato afferma:
«È importante dire alle
famiglie straniere che
l’Irc non conduce a
credere in una fede, ma
ha un profilo culturale.
Proprio i ragazzi
stranieri di altre
religioni, facendo l’Irc,
possono integrarsi
meglio». Ecco il cuore
del problema: come si
può parlare di
interdisciplinarietà e
di interculturalità se
l’Irc non è rivolto a
tutti, stante lo stato
di non obbligo? A
nessuno viene il dubbio
che solo un insegnamento
curriculare,
aconfessionale e
condotto secondo la
metodologia critica
della ricerca storica
sia in grado di svolgere
la sua funzione
formativa?
Evidentemente, fa più
comodo spingere perché
tutti frequentino l’Irc,
nascondendosi dietro
alla foglia di fico del
suo profilo culturale,
per meglio nascondere le
pudenda confessionali.
E siamo
alla chicca finale:
«Inviterei tutti quegli
adulti che invocano una
laicità che in realtà è
laicismo a lavorare
tutti insieme, perché il
vero problema è salvare
i ragazzi dalla deriva,
dalla disperazione».
Eccoci sistemati: la
parola magica è
«laicismo»! Non vorrete
mica che i vostri figli
crescano laicisti e
disperati: fate
frequentare loro un po’
di Irc. Tanto, come si
dice, male non fa.
Effetti collaterali a
parte.
Tratto da
Riforma del 6 marzo
2009
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