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Tra il 23 il 25 aprile u.s. si è
volto a Roma il Meeting degli
insegnanti di religione promosso
dalla Cei. Non ci interessa in
questa sede commentare le parole
del card. Bagnasco, del
responsabile del servizio
nazionale Irc, don Vincenzo
Annichiarico, dei direttori
degli uffici diocesani per l’IRC
e quelle finali del papa (il
quale ha parlato proprio il 25
aprile). Non ci interessa
perché, in fondo, hanno detto
cose risapute che non mette
conto ripetere in questa sede.
Ciò che invece merita di essere
sottolineato è quanto ha detto
nel suo intervento Maria Stella
Gelmini, Ministro della Pubblica
Istruzione di uno Stato laico.
Ognuno può concordare o meno con
la politica scolastica di questo
governo. Quando però si fanno
affermazioni (destinate, ahimè,
a non rimanere flatus vocis)
lesive del principio di laicità,
il diritto di pensarla come si
vuole dovrebbe cedere il passo
al dovere della denuncia.
A
beneficio dei lettori di
Riforma penso sia utile
riportare i passaggi più
significativi del suddetto
intervento (Testo completo in
www.chiesacattolica.it/cci_new_v3/allegati/6325/ministro_gelmini.pdf).
A partire dall’esordio che
recita: «Non c’è alcun dubbio
che l’insegnamento della
religione a scuola sia
indispensabile strumento di
formazione per i giovani,
soprattutto per la conoscenza
dei principi del cattolicesimo
che fanno parte del patrimonio
storico del nostro Paese. Non
solo: lo studio della religione
offre contenuti e strumenti
specifici per una lettura della
realtà storico-culturale in cui
i nostri ragazzi vivono, viene
incontro ad esigenze di verità e
di ricerca del senso della vita,
contribuisce alla formazione
della coscienza morale e offre
elementi per scelte consapevoli
e responsabili».
«L’Irc è una disciplina
scolastica a tutti gli effetti,
essendo dotata di propri
programmi di insegnamento, di
specifici libri di testo e di
insegnanti qualificati. Lo Stato
laico, essendo incompetente in
materia religiosa, si avvale in
proposito della collaborazione
della Chiesa cattolica per
garantire l’affidabilità
scientifica e l’autenticità
dottrinale dei contenuti
insegnati. Ma l’IRC non è,
ovviamente, una forma di
indottrinamento né un
insegnamento riservato solo ai
cattolici».
«Ma al di là del quadro
normativo, voglio ribadire la
mia convinzione che la scelta
della religione a scuola è una
opportunità per crescere in
umanità. Un bambino e un giovane
che non se ne avvalgono hanno
sicuramente meno possibilità di
vedere la realtà nella sua
complessità. È a scuola, dopo
che nella famiglia, che si
decide il destino personale di
ogni giovane. E questa
consapevolezza non può che
spingerci a rinnovare il nostro
impegno nel favorire
l’educazione ai principi
cattolici delle giovani
generazioni, come punto fermo di
ogni autentico sviluppo sociale
e culturale».
«L’insegnamento della religione
cattolica è l’insegnamento dei
valori, perché si pone al centro
di tutto la persona umana, la
sua dignità, e impartisce
principi come la fede, la
speranza, la carità. La
solidarietà. Oggi, poi, io lo
vedo anche come uno dei pochi
reali strumenti di integrazione:
in una società sempre più
connotata in senso multietnico e
multiculturale, l’IRC può
aiutare gli stranieri presenti
nel nostro Paese ad avvicinarsi
e a comprendere i nostri valori
e le nostre tradizioni, segnati
dalla presenza di uno specifico
patrimonio storico e artistico,
permeato dallo spirito
cristiano».
«Ciascuno deve avere
consapevolezza delle proprie
radici, giungendo – attraverso i
momenti dell’analisi – a una
sintesi personale, libera e
responsabile, capace di
proiettarsi verso il futuro. E
quale disciplina trova
maggiormente questa sintesi se
non l’insegnamento della
religione? […] La scuola
italiana deve valorizzare questi
percorsi secondo le proprie
finalità e deve far diventare
questa istanza culturale e
formativa un diritto di
cittadinanza per consentire a
ogni persona di realizzarsi qui
e ora, nella società occidentale
italiana, guardando anche alle
prospettive più grandi
dell’Europa e del mondo. Per
questo gli insegnanti di
religione hanno un compito
cruciale, unico. Loro, portatori
di passione educativa, son una
risorsa essenziale per formare i
cittadini di domani».
Fin qui le
parole della Gelmini. Ognuno ne
tragga le conseguenze.
Per quanto mi riguarda, aggiungo
una sola glossa finale: dicendo
queste cose la ministra dimostra
di aver imparato fin troppo bene
il lessico di quella “laicità
positiva” di cui, guarda caso,
ha parlato il papa due giorni
dopo. Oh, mirabile sintonia.
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